
Rinvio a giudizio per omicidio colposo al sindaco di Sorrento, il parroco i titolari e gli operai della ditta per la morte di due donne in piazza dopo la messa il Primo Maggio 2007. Una delle tragedie che ha colpito di più la Costiera Amalfitana e la Penisola Sorrentina primo maggio del 2007, giorno della festa dei lavoratori, era dedicato alla prevenzione delle morti sul lavoro. Sorrento. Tutti a processo per la tragedia del primo maggio a Sorrento. Tutti, nessuno escluso, dovranno rispondere dell’accusa di omicidio colposo in concorso mentre Marco Fiorentino e un vigile urbano sono accusati anche di omissione in atti d’ufficio. Questa la decisione del giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Torre Annunziata, Sandro Ciampaglia, che, ieri pomeriggio, ha letto il dispositivo con il quale ha accolto la richiesta del pm ed ha rinviato a giudizio gli otto imputati. L’8 aprile, le persone accusate di aver procurato la morte di Claudia Fattorusso e della nuora Teresa Reale, compariranno dinanzi ai giudici del tribunale di Torre Annunziata. Le due donne morirono in piazza Sant’Antonino il primo maggio del 2007 quando il carrello elevatore di una gru, impegnata nell’installazione delle luminarie per la festa di Sant’Antonino, si spezzò improvvisamente travolgendole mentre uscivano dalla chiesa dedicata al santo patrono.
Marco Fiorentino, sindaco di Sorrento, don Giuseppe Esposito - parroco della basilica si Sant’Antonino e committente dei lavori - Francesco e i figli Aniello, Eduardo e Massimo Donnarumma - titolari e dipendenti dell’omonima ditta che si occupava dell’installazione delle luminarie - il vigile urbano addetto al controllo di piazza Sant’Antonino nella giorno della tragedia, Francesco Lombardi, e Daniele Pinardi - il progettista della gru incriminata - questi gli imputati del processo che si svolgerà, in sede collegiale, a Torre Annunziata.
Ieri mattina, nel corso dell’udienza preliminare, il gup ha ascoltato le arringhe finali di tre avvocati difensori, Cappiello, Briganti, Sergi e Crog, e le repliche del pubblico ministero e della parte civile, rappresentata dall’avvocato Esposito. L’ultimo scontro fra difesa e accusa prima che il giudice decidesse. I legali degli imputati, così come avevano fatto i colleghi nell’ultima udienza del processo, hanno ribadito l’estraneità dei propri assistiti alla vicenda contestata. Il pubblico ministero, invece, ha riproposto le responsabilità in una tragedia che si poteva evitare. Nel corso dell’udienza preliminare, che si è svolta in tre sedute, i legali dell’amministrazione comunale hanno ribadito che non spettava al Comune autorizzare i lavori e vigilare su di essi. Mentre i difensori dei Donnarumma hanno evidenziato che i problemi che portarono alla rottura del braccio che sosteneva il carrello degli operai, va al di là delle loro responsabilità. Anche nel corso degli interrogatori sostenuti davanti al pubblico ministero, i Donnarumma hanno sostenuto questa tesi spiegando anche che il mezzo, acquistato poco prima della tragedia, era stato sottoposto a revisione. La sua rottura, quindi, sarebbe dovuta ad un difetto di fabbricazione o del progetto originario. Anche per questo motivo è stato coinvolto nell’inchiesta e nel processo lo stesso progettista del mezzo meccanico, Daniele Pinardi.
Per l’accusa, invece, gli imputati, ciascuno per quanto di propria competenza, non avrebbero fatto quanto dovuto per evitare la tragedia. Le accuse si basano anche su alcune testimonianze raccolte dalla Procura di Torre annunziata durante le indagini preliminari. testimonianze di persone che avrebbe avvisato dell’imminente pericolo già alcuni giorni prima che si verificasse la tragedia.
Claudia Fattorusso e Teresa Reale, quella mattina del primo maggio 2007, avevano ascoltato la messa proprio nella basilica di Sant’Antonino. Avevano fatto tardi e non erano riuscite a recarsi in tempo nella cattedrale di Corso Italia dove come ogni domenica e giorno festivo, si recavano insieme per la santa messa. All’uscita della basilica Claudia Fattorusso, la prima a varcare la soglia della basilica, è stata travolta in pieno dal carrello elevatore della gru che, proprio in quell’istante, si era spezzato. Al suo interno anche due operai che si salvarono per miracolo. Teresa Reale, nel tentativo estremo di salvare la suocera, fu colpita a sua volta. Morì pochi minuti dopo l’impatto. Anche un’auto di passaggio fu coinvolta nell’incidente. Il suo autista, miracolosamente, scampò alla tragedia.
Quel giorno le immagini che provenivano da Sorrento sono arrivate nelle case di tutti gli italiani, rimasti increduli davanti alla notizia di un incidente tanto assurdo. La magistratura sta cercando di chiarire i particolari della vicenda rilevanti sotto l´aspetto giudiziario. Alcuni operai lavoravano con la gru (la magistratura stabilirà “se erano autorizzati a farlo”). Il braccio metallico della gru si è rotto (la magistratura stabilirà “perché si è rotto”) ed è precipitato, uccidendo due donne che uscivano dalla chiesa. Qualcuno (la magistratura stabilirà “chi”) avrebbe dovuto controllare che quel braccio metallico non volteggiasse sulla testa dei passanti e perché non ci fossero transenne o almeno un nastro bianco e rosso. Per la tragedia del Primo Maggio a Sorrento è stato anche creato un blog che da un anno continua a porsi la stessa domanda. “Com´è possibile che la vita di cittadini innocenti sia stata messa a rischio con tanta superficialità?“ La nostra risposta è che da alcuni anni si sono indeboliti il nostro senso delle regole e la percezione stessa della “legalità” come valore. Abbiamo smarrito la consapevolezza che dietro l´infrazione della legge c´è sempre un danno per un altro. Si sono affievolite parallelamente anche la severità e la fermezza nel pretendere il rispetto della legalità. Abbiamo, purtroppo, imparato a considerare tollerabili comportamenti offensivi per la città quando non toccano il nostro personale interesse. Solo oggi, con dolore, ci accorgiamo di quanto la mancanza di attenzione e l´inosservanza delle regole si possano tradurre in una tragedia (consumatasi nel cuore di Sorrento, sotto le finestre della casa comunale) tale da infliggere ferite inguaribili alla coscienza della comunità. Non è in gioco l´immagine della nostra città quanto la nostra identità di cittadini.