AMALFI, RISTRUTTURATO IL VECCHIO ALBERGO, MA NON SARA’ PIU’ IL… “CAPPUCCINI”
E’ stato presentato ad Amalfi da parte della Nh Framon Italy Hotels, che lo ha preso in locazione, lo stato di attuazione dell’intervento di recupero e gestione dell'albergo Cappuccini, la cui apertura è annunciata per il mese di luglio 2009. La struttura, che era ormai fatiscente, “conterrà 53 camere dislocate sui sei piani, un’ampia sala ristorante, una biblioteca attrezzata nell’ex sacrestia e il monumentale chiostro come spazio open a servizio della clientela, oltre ad un ampio angolo bar con salotti e spazi esterni con piscina e bar”. Questa la notizia, che traggo da Positanonews. Una buona notizia, senza dubbio. Era ora che il più celebrato albergo di Amalfi, rientrato nella disponibilità del Comune, proprietario dello storico edificio, recuperasse il ruolo di biglietto da visita della città.
Purtroppo non si chiamerà più “Cappuccini”, ma semplicemente Grand Hotel Convento, e questo mi dispiace. Penso che, a livello di immagine, rappresenti una perdita non irrilevante.
Mio padre mi raccontava – e non era una boutade – che una volta, credo all’inizio del novecento, arrivò a destinazione una cartolina, spedita dagli Stati Uniti con questo indirizzo: “Hotel Cappuccini – Italia”. Tanta era la fama che s’era meritata nel mondo. Andrew Carnegie, il famoso industriale e filantropo americano, ci era venuto il 14 dicembre 1893 e aveva lasciato nel registro degli ospiti questa riflessione: “There is but one reason, why Amalfi cannot be named first, there is no second, she stando alone, inapproachable” (Vi è una sola ragione perché Amalfi non possa chiamarsi la prima, ed è che ne manca una seconda, essa sta da sé, inarrivabile”). Tornatovi il 15 maggio 1909, aveva aggiunto: “Our second visite, after fifteen years interval, so glad to find the Cappuccini unchanged, in this world of change” (La nostra seconda visita dopo quindici anni, tanto contenti di trovare il Cappuccini non cambiato, in questo mondo di cambiamenti).
Ex convento di San Pietro della Canonica, il Cappuccini (segnalo il mio saggio, “Il ‘romitorio dei Vozzi’, corredato da belle immagini, in: Gaetano Capone. La pittura come racconto del quotidiano, a cura di Massimo Bignardi, Ed. De Luca – Salerno, 2000) fu rilevato dalla famiglia Vozzi nel 1826. Uno dei primi avventori dovette essere August von Platen, autore, nel 1827, di una poesia che è una dichiarazione d’amore: “E’ giorno di festa, e animate sono celle e corridoi del convento, / che dal dirupo, nei pressi della bella Amalfi, / domina mare e monti e all’occhio gradevolmente concede di spaziare / ai propri piedi il mare e verso l’alto cime angolose, / qua e là ripide terrazze, dove la vita si avvinghia in pergolato. / Ma né monaci vi hanno più dimora, né antichi corali / risuonano nella volta della chiesa a ridestare l’eco del chiostro…” (trad. di V. Orlando).
Da qui – annotò nel 1840 la compositrice tedesca Fanny Mendelssohn – “si ha una veduta celestiale sul mare, la città e le montagne da ogni finestra e soprattutto dalla terrazza, dove noi ci trattenevamo di sera. Un bel chiostro, una grande grotta, le piccole celle, in ognuna delle quali c’è posto per un solo letto, secondo l’uso dei monaci, tutto ciò… accresce l’impressione del luogo meraviglioso”. Fu proprio il Cappuccini, arroccato, a mezza costa, sullo strapiombo che dà sul porto, a far da polo di attrazione per gli artisti: tra questi, Théodore Aligny, Jules Philippe Coignet, Johann Joachim Faber, Ernst Fries, Karl August Lindemann-Frommel, Joseph Rebell, Charles Rémond, Ludwig Richter, Johann Heinrich Schilbach, Rudolph Schick, Frans Vervolet. Oltre a Consalvo Carelli, Ercole e Giacinto Gigante, l’intera scuola dei “posillipisti”. C’è chi ritiene che anche Camille Corot ed Edgard Degas siano passati di qui.
Il musicista Léo Delibes, che vi soggiornò insieme con la moglie, scrisse: “Très heuresux d’enregistrer à mon tour le charme tout particulier de cet hôtel. Il est intime, confortable, propre… J’ajouterai que ceux qui n’ont mangé de maccheroni ici ne se doutent pas de cre que c’est” (Molto lieto di registrare a mia volta il fascino tutto particolare di questo albergo. E’ intimo, confortevole, pulito… Aggiungerò che coloro che non hanno mangiato maccheroni qui non sospettano cosa sono).
Al viale fiorito dell’ex convento, affacciato vertiginosamente sul porto, è stata sempre associata la figura di un monaco, ripresa in innumerevoli dipinti e immagini fotografiche. Un monaco con i tratti somatici del barbuto albergatore che ne aveva la gestione, il quale amava farsi riprendere, avvolto in un pesante mantello, assumendo atteggiamenti di finto frate. Questo singolare monaco aveva affascinato il poeta statunitense Henry Longfellow: “Lord of vineyards and of lands, / Far above the convent stando. / On its terraced walk allof / Leans a monk with folded hands, / Placid, satisfied, serene…” (Alto il convento, di vigneti opimo / e di terre signor, s’alza da lungi. / Dal vial de la verde ampia terrazzo / un Monaco con giunte man ci sporge / soddisfatto, placido, sereno…”.
Mi auguro che il nuovo albergo, rinnovato negli elementi architettonici e negli arredi (non mi trova d'accordo lo smantellamento dell'ascensore... aereo, ormai entrato a far parte del paesaggio. E' come se togliessero a Parigi la torre Eiffel), adeguato rigorosamente nel confort e nei servizi alle esigenze di una clientela di élite, riesca comunque a conservare l’atmosfera del tutto particolare che lo ha contraddistinto tra XIX e XX secolo. Patrimonio, anch’essa, da consegnare alla storia di Amalfi.
© Sigismondo Nastri