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11/09/2008

NOTIZIE FALSE SU DON DIANA PER SCREDITARE LA LOTTA AI CLAN

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Nel suo nuovo saggio, Gigi Di Fiore dedica il capitolo intitolato «Il silenzio è d'oro» ai rapporti fra la camorra e la stampa casertana, argomento di grande attualità dopo la polemica sollevata da Roberto Saviano a Mantova su compiacenze di alcuni giornali nei confronti dei clan. Ecco ampi stralci del testo.
di GIGI DI FIORE
Racconta Carlo Pascarella: Faccio questo lavoro per professione dal 1999. La Squadra mobile di Caserta è al corrente delle intimidazioni pesanti ricevute. Esiste anche un'intercettazione telefonica tra me e 2 spietati boss dei casalesi latitanti, Michele Zagaria e Antonio Iovine, che tentarono di intimidirmi quando ero responsabile della cronaca al Corriere di Caserta. Da allora, per 6 mesi venne disposto un servizio di vigilanza notturna saltuaria sotto la mia casa di Caserta.
Quella telefonata di 2 minuti e 29 secondi venne inserita in un fascicolo investigativo del pm Giuseppe Amodeo della Dda napoletana. Fu mandata in onda durante la trasmissione di Michele Santoro, «Anno zero» del 24 aprile 2008, in cui furono ospiti in studio Roberto Saviano e il coordinatore della Dda napo-letana, Franco Roberti. Un documento inquietante, in cui i 2 super latitanti del clan si lamentavano della pubblicazione di notizie che ipotizzavano tra di loro dei contrasti. Notizie diventate una miccia accesa all'interno del clan, perché in grado di scatenare guerre tra affiliati legati all'una o all'altra famiglia. I toni dei 2 interlocutori del giornalista, all'inizio scettico sulla veridicità di chi lo aveva chiamato, furono ammiccanti. Persuasivi, anche se decisi. Raccomandazioni «per la verità» e «non minacce», ripetevano i 2 boss latitanti. E spiegavano che si erano scelti «quel mestiere» e che erano «persone serie». Ecco qualche passaggio di quel documento che appare davvero emblematico sulle difficoltà a fare informazione in una terra di frontiera come quella dominata dai casalesi:
Michele Zagaria: Sentite, io sono Michele Zagaria...Sentitemi bene, io le sto telefonando perché le voglio dire che lei non è un giornalista serio...Non è uno scherzo, sono io personalmente io così le faccio le cose, perché sono una persona seria e lei no. Aspetta un attimo che ti passo pure Antonio Iovine e così ti togli questo pensiero di scrivere sempre stronzate, stronzate.
Antonio Iovine: Pronto, sono Antonio Iovine. Senta, noi non stiamo scherzando, perché ci siamo stufati di fare tutte queste cretinate, no? Noi siamo delle famiglie che ci stimiamo da tanti anni. Allora, se lei deve scrivere delle notizie, le scriva serie e scriva la verità. Allora, voi fate il vostro mestiere e noi vi rispettiamo per quello che fate. Purtroppo, noi facciamo un altro mestiere e ce lo siamo scelti noi, no? Allora, il mestiere che fate voi è quello di scrivere notizie e siamo d'accordo. Però scrivetele come si devono scrivere le notizie, no?
Zagaria: Stai facendo una confusione, no? che la gente ha paura di salutare sia mio fratello che il fratello di Antonio. Allora, qua non stiamo facendo nessuna minaccia e niente. Io sto parlando da persona seria, come sta parlando Antonio. Per un professionista serio...secondo me non sei serio, scrivendo tutte queste cose che non sono vere.
Carlo Pascarella: Posso sapere una cosa? Da dove state chiamando?
Iovine: Noi? Dall'America!
Pascarella: Eh, hai voglia!
Zagaria: È importante, è importante questo?
Pascarella: È fondamentale.
Iovine: Ma per quale motivo?
Pascarella: Mi occorre una prova, per sapere che siete voi!
Zagaria: Sentimi bene, allora io domani ti mando mio fratello con il documento e il fratello di Antonio con il documento e vedi che vanno assieme e tutto questo problema si è chiarito (...) Segnali preoccupanti: 2 boss in cima agli elenchi dei ricercati dalla Polizia si sentivano in obbligo di telefonare alla redazione del piccolo quotidiano locale, per scongiurare pericoli di frizioni tra i loro affiliati. Una smentita, per impedire che scoppiasse una guerra, rivolta ad uno dei giornali locali che leggevano con attenzione. Era anche una dimostrazione di quel senso di protagonismo e di potere sociale che i boss casertani hanno sempre praticato con consapevolezza. (...) Ma in una realtà piccola come quella dell'area casertana, il misconosciuto impegno di denuncia contro i clan casalesi ha spesso alimentato anche divisioni, ripicche, piccole gelosie tra giornalisti. Ne fu dimostrazione proprio la querela di Carlo Pascarella a Ignazio Del Vecchio, direttore del portale di informazione su Internet del Comune di Pignataro Maggiore. In un articolo apparso su quel sito informatico, veniva messa in discussione la veridicità delle intimidazioni camorristiche denunciate da Pascarella.(....) Il fenomeno «Gomorra» ha spinto i cronisti a chiedersi in che modo le notizie, soprattutto sulla mafia casalese, venissero trattate dai quotidiani diffusi in Terra di lavoro. La Gazzetta di Caserta ha nel Corriere di Caserta il concorrente diretto. Nel 2003, Maurizio Clemente, allora editore proprio del Corriere di Caserta, venne arrestato. Le accuse erano pesanti e legate alla sua attività editoriale: imponeva contratti pubblicitari a persone che venivano prima attaccate dal suo giornale. Un'estorsione, denunciata dal senatore Lorenzo Diana, da 3 imprenditori e dall'allora sindaco di Santa Maria Capua Vetere, Enzo Iodice. Il senatore Diana raccontò la sua esperienza di vittima del quotidiano casertano: «Mi ha sollecitato a procurare contratti di pubblicità con Comuni di centrosinistra. Quando ho rifiutato, ci è andato con la mano pesante. Vado a testimoniare al processo Spartacus e 2 giorni dopo vengo presentato da quel giornale come un complice della criminalità organizzata ». Per il piccolo giornale fu un terremoto: si dimise il direttore Gianluigi Guarino; il quotidiano La Stampa di Torino, che nella provincia casertana veniva abbinato al Corriere di Caserta, sciolse il contratto. L'editore passò dal carcere agli arresti domiciliari, poi ad altre restrizioni imposte dai giudici. Naturalmente, le accuse finirono in un processo al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Il comitato nato in memoria di don Giuseppe Diana commentò in modo duro l'arresto, parlando di «stampa spazzatura». Non era stato dimenticato il titolo del 28 marzo 2003, quando, nel corso dell'inchiesta sull'omicidio, il giornale titolò: «Don Peppe era camorrista», frase attribuita al commento di un avvocato ma che appariva condivisa attraverso quella titolazione a effetto. Commentò il pm Donato Ceglie: «Venivano diffuse notizie false su don Peppino Diana per screditare tutto un movimento attraverso il suo simbolo. Un'operazione criminale, condotta in maniera scientifica allo scopo di demolire con menzogne e accuse la figura di un martire della legalità». (...) Per 2 volte, Francesco Schiavone Sandokan utilizzò i piccoli quotidiani pubblicati in provincia di Caserta per far passare suoi messaggi all'esterno.
Due lettere aperte. La prima venne spedita dal carcere di Ascoli e indirizzata al Corriere di Caserta, pochi giorni dopo l'arresto nel luglio del 1998. La seconda fu di 7 anni dopo: il 21 settembre 2005. Erano passati pochi giorni dalla sentenza di primo grado del processo Spartacus. Ancora una volta, una lettera del boss superò la censura del carcere. Dopo Ascoli, si trattava di Viterbo. Nel secondo caso, il destinatario era il Quotidiano di Caserta. Sandokan faceva sapere di aver disdetto l'abbonamento al Corriere di Caserta perché lo riteneva non più affidabile, avendo fatto confusione su chi lo aveva «venduto» anni prima in Francia dando per buone le affermazioni del pentito Luigi Diana: non era stato Francesco Bidognetti, ma «il casermiere» Carmine Schiavone ad aver segnalato il suo rifugio. Scriveva il boss, sprezzante: «A questi cosiddetti pentiti, la vita gli ha chiesto di affrontare il fango come i porci». Il testo veniva stampato dal giornale, con la fotocopia della lettera originale. Il boss definiva «scribacchino» il giornalista che aveva confuso il cugino con Bidognetti. Termine eliminato nel testo riprodotto sul giornale. Il documento era un messaggio indirizzato agli affiliati: sulle notizie interne al clan era più credibile la Gazzetta di Caserta. Ma era anche un messaggio di pace interno all'organizzazione: non ho mai creduto che Cicciotto 'e mezzanotte mi avesse fatto un brutto scherzo, siamo sempre una cosa sola. Uniti, anche se in carcere. (...) Il Corriere di Caserta pubblicò una lettera anonima che indicava in un prete di Casapesenna il responsabile di una soffiata ai carabinieri sulla presenza in paese del boss latitante Michele Zagaria. Minacce di morte rese pubbliche. Sovraesposizione del malcapitato sacerdote, privo di ogni tutela di fronte alla divulgazione della sua identità. Nulla contava se l'anonimo mittente della lettera avesse detto cosa vera o falsa: il messaggio agli affiliati era arrivato. Pericoloso. Scrisse Roberto Saviano qualche mese prima dell'uscita del suo libro: «Da questi fogli che chiamano i boss con i loro soprannomi, che già tracciano condanne e alleanze prima d'ogni sentenza e indagine, si leggono ogni giorno le volontà di chi comanda davvero».
Ambiguità, difficoltà di sopravvivenza in un mercato editoriale sterile, rischi: non è facile fare il giornalista nella Terra dei Mazzoni. Viverci e raccontare la mafia del territorio con i suoi uomini in libertà a pochi metri dalle proprie case. Una condizione che spinge a volte quei cronisti a sentirsi come gli assediati di Fort Apache, lamentando scarsa attenzione ai pericoli che corrono, o all'oscuro lavoro svolto. Commenta Rosaria Capacchione: «È un panorama complesso, difficile. A volte non si riesce a spiegarlo a chi viene qui da fuori, per raccontare cosa siano queste zone. Il filtro più efficace, la tutela anche verso certi atteggiamenti minacciosi, restano sempre la buona fede, la professionalità, l'onestà nei comportamenti e nei rapporti».(...) Il clamore sulla sua istanza, (quella delle minacce a Saviano, Capacchione e il giudice Cantone ndr) preparata la sera prima dell'udienza a Napoli nel suo studio casertano, spinse l'avvocato Michele Santonastaso a fare auto critica qualche giorno dopo. Era stato un po' leggero nell'inserire le frasi dure sui giornalisti. Li aveva esposti, come avevano fatto in passato certe lettere pubblicate sui quotidiani locali. Disse l'avvocato: «I casalesi non hanno minacciato nessuno, non avrebbero potuto farlo tramite me. Non conoscevano neppure una parola della mia richiesta. Purtroppo le polemiche hanno oscurato la sostanza del mio lavoro. E ora sugli episodi che ho denunciato, c'è il rischio che non indaghi più nessuno». Leggerezza. Ma era ormai chiaro che, con i riflettori accesi, sulla realtà criminale della provincia di Caserta a nessuno era più consentito il lusso di scherzare. Non si potevano più sottovalutare effetti e peso delle parole adoperate per svolgere il proprio lavoro.
L'autore Gigi Di Fiore, 48 anni, già redattore al «Giornale» di Montanelli, è oggi inviato del «Mattino» (Premio Saint Vincent per il giornalismo nel 2001; tre volte Premio speciale cronista; Premio Marcello Torre nel 2004) e storico.
Il libro «L'impero»
(Rizzoli, 420 pagine, 19 euro) racconta i segreti della camorra dei casalesi che, nonostante le condanne al processo Spartacus, è ancora molto potente



Inserito da:
Michele Cinque - direttore@positanonews.it

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