
Mancava solo il berretto d’alpino, ieri mattina, ai suoi funerali. Quel cappello che ha significato negli anni Quaranta attaccamento alla patria e dovere “pericolosamente compiuto”. Ma anche emblema di mille sofferenze che Raffaele Anastasio patì nella terribile campagna di Russia. Lui, ultimo reduce amalfitano delle battaglie sul Caucaso, da lunedì ha reciso per sempre il cordone ombelicale con la vita, portandosi dietro quel fardello di ricordi legati alla divisa degli alpini del reggimento Julia. E’ scomparso alla veneranda età di 92 anni, nonno Raffaele, nella sua abitazione di Vettica di Amalfi dove si ritirò dopo il conflitto bellico e il duro rientro dai paesi dell'ex Unione Sovietica, durante il quale vide morire tra il ghiaccio e la neve centinaia di commilitoni. Nato nel giugno del 1913 e padre di cinque figli (Elena, Ilario, Ines, Giuseppe e Silvana), nonno Raffaele fu costretto ad abbandonare la famiglia nell’estate del ‘42, in seguito alla chiamata alle armi. Faceva parte dell’ottava Armata, nonno Raffaele, il quale ricordava spesso come i congelamenti e gli inceppamenti per il freddo furono loro compagni di sventura. Tra i ricordi anche la sorpresa per quei militari partiti dall’Italia con le scarpe da libera uscita. Nonno Raffaele non cancellò mai quei momenti. Non dimenticò quando russi si prepararono ad assestare il colpo di grazia. Quando si combattè fino a metà gennaio. Quando ormai divenne evidente che l’armata rossa stava per accerchiare il corpo alpino. Quando, nel 1943, arrivò l’ordine di ritirata, nonostante sul fronte del medio Don si era distinta proprio la divisione Julia, a cui era aggregato nonno Raffaele. E anche lui, a piedi, si mise in marcia con gli altri superstiti nelle intemperie e nel freddo per cercare la salvezza fuori dalla sacca in cui il nemico li aveva rinchiusi. Impiegò oltre tre mesi per ritornare a casa. Tre mesi in cui vide morire centinaia di italiani, per il freddo e gli attacchi delle forze sovietiche che le inseguivano. Rientrò ad Amalfi nella primavera del 1943, riabbracciando sua moglie e la figlioletta Elena che aveva da poco compiuto cinque anni. Sulla soglia dei trent’anni, nonno Raffaele non si perse d’animo. E due giorni dopo il suo rientro era già nei terreni adiacenti l’abitazione della piccola frazione di Vettica, con in mano gli arnesi del mestiere. Ricominciò a zappare, ritornando così alla sua attività originaria. Quella di contadino che ha abbandonato solo a causa dei primi acciacchi. Nonno Raffaele, in questi anni, non è mai più tornato in Russia. Ne ha però lambito i confini, fermandosi solo all’Ungheria e alla Romania, territori prima attraversati a piedi, poi visitati nel corso di alcuni viaggi organizzati dal genero originario di quei luoghi. Da ieri, il suo corpo riposa nel cimitero di Amalfi, mentre i suoi ricordi resteranno pagine di storia utili a non dimenticare.
Mario Amodio