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Concerto Sinfonico nel Duomo di Amalfi in memoria di Salvatore Amendola foto

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CONCERTO SINFONICO Coro Collegium Vocale Salernitano Orchestra Sinfonica Ensemble Contemporaneo Giovanni Liguori, clarinetto Giulio Marazia, direttore Sabato 1 Dicembre 2012, ore 19.30 Duomo di S. Andrea, Amalfi Programma: I. Antonio – Dorian Gray, ouverture W. A. Mozart – Concerto per clarinetto e orchestra in la maggiore KV 622 L. van Beethoven – Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92 Si terrà sabato 1 Dicembre alle ore 19.30, presso il Duomo di S. Andrea ad Amalfi (Sa), il concerto sinfonico del Coro Collegium Vocale Salernitano e dell’Orchestra Sinfonica Ensemble Contemporaneo diretti dal Maestro Giulio Marazia con la partecipazione solistica di Giovanni Liguori (clarinetto). L’evento, in collaborazione con il Comitato Festa patronale, è stato organizzato per la chiusura dei festeggiamenti in onore del Santo e rientra nella programmazione esterna della IV Stagione Concertistica 2012/2013 denominata “L’Universo Suona” messa su dall’ Ass. Cult. e Mus. Ensemble Contemporaneo e dall’ Ass. Cult. Internazionale Il Medioevo con il patrocinio morale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Campania e della Provincia di Salerno. Inoltre il concerto è dedicato alla memoria di Salvatore Amendola, amalfitano e padre del nostro sovrintendente, nonché fervido appassionato di musica e suonatore di clarinetto. La famiglia Amendola, che ha fortemente voluto organizzare l’evento per celebrarne il ricordo, è stata supportata dagli amici compaesani e da alcuni sponsor tra cui l’Albergo-Ristorante Tramonto d’Oro di Praiano. L’orchestra poi ritornerà ad esibirsi in questa splendida cornice il 4 Gennaio 2013 con il Concerto di Capodanno. Il Concerto si aprirà con un’ouverture commissionata dall’Ensemble Contemporaneo ad Ivan Antonio, “composer in residence” della nostra orchestra da pochi mesi. Il brano, per coro e orchestra, nasce, come volontà dell’autore, da un progetto più ampio che vedrà la stesura di un’opera intera, liberamente ispirata al romanzo il Ritratto di Dorian Gray di O. Wilde. Quest’ouverture che aprirà l’opera contiene già tutti i temi portanti del lavoro che verranno poi sviluppati e ampliati nel corso della vicenda. Di natura post-romantica, il pensiero da cui scaturisce il materiale tematico è permeato dal presentimento della morte. Si presenta in continuazione. Ogni sogno terreno e soprattutto il delirio umano culminano in questo (da qui la sempre nuova agitazione che cresce impetuosa dopo i passi più delicati), al massimo grado naturalmente in quel passo incredibile in cui il presentimento della morte diviene certezza, in cui la morte stessa si annuncia “con forza inaudita” proprio nel mezzo della più profonda e più dolorosa gioia di vivere. E poi i lugubri accordi degli archi gravi sostenuti dai tromboni e quei suoni soldateschi: la morte in corazza! Contro tutto ciò non c’è più resistenza! Ciò che ancora sopraggiunge mi sembra come rassegnazione. Sempre con il pensiero all’aldilà, al costante rapporto anima-razionalità che si manifesta proprio in quel passo “misterioso” simile all’aria rarefatta. E di nuovo, per l’ultima volta, Antonio si rivolge verso il divino. Non più alle lotte, alle azioni e alle smanie umane, di cui si sbarazza, bensì soltanto ormai completamente al misticismo. Il concerto per clarinetto e orchestra in la maggiore KV 622 è l’ultima composizione di Wolfang Amadeus Mozart per strumento solista composta due mesi prima di morire. All’epoca il clarinetto si presentava in una veste ben diversa da quella attuale, raggiunta solo verso la metà dell’Ottocento. Nonostante questo, Mozart è stato capace di sfruttare al meglio questo strumento traendone sonorità originali ed espressive. Il concerto è considerato tra le sue opere migliori e fondamentale per gli amanti del clarinetto e i clarinettisti. L’organico che accompagna lo strumento solista è cameristico: sono esclusi oboi, trombe e tromboni, il cui timbro sarebbe potuto entrare in competizione con quello dello strumento solista. Il clarinetto si esprime con melodie ora soavi, ora dagli accenti drammatici, ma il tono è sempre pacato. Dei tre movimenti che compongono il concerto, l’adagio è quello in cui la melodia tocca le vette più alte, raggiungendo momenti di intimità e di struggente malinconia. L’Allegro è il primo movimento, ha un carattere gioioso e virtuosistico. Si apre con una breve introduzione strumentale del tema che riprende il Clarinetto con passaggi virtuosistici che mettono in risalto le doti tecniche dello strumento. L’Adagio è il secondo movimento, ha un andamento calmo e rilassante, inspiegabilmente commovente, tanto da evocare la voce umana. Si conclude con una nota lunga di speranza e musicalità. Il Rondò è il terzo e ultimo movimento, è molto spiritoso e vivace. Con la sua gioiosità conclude il concerto con un finale movimentato ed allegro. Il concerto fu scritto per il clarinettista austriaco Anton Stadler, virtuoso dello strumento, al quale Mozart lo dedicò. Stadler utilizzava uno strumento particolare: il cosiddetto clarinetto di bassetto in La. Si tratta di un clarinetto in La con un’estensione aumentata verso il grave di una terza, fino a raggiungere il Do grave scritto. Alcuni passaggi del Concerto prevedono queste note che oggi sono fuori dalla portata dei clarinetti normalmente utilizzati e vengono quindi suonati un’ottava sopra (perdendo sicuramente il fascino legato a questi suoni gravi e vellutati). Dalla metà del XX secolo alcuni fabbricanti hanno prodotto dei clarinetti di bassetto che permettono di suonare il Concerto come si crede che sia stato scritto da Mozart. Il concerto si chiude con la Sinfonia n. 7 op. 92 in la maggiore di Ludwig van Beethoven. Scelta che sancisce la volontà artistica dell’Ensemble Contemporaneo di continuare a proporre l’esecuzione delle sinfonie integrali beethoveniane, momento culmine del periodo classico e monumento estetico per tutti i compositori e la storia della musica del XIX secolo. Dopo la prima e la celeberrima quinta proposta l’anno scorso, ecco la settima che nasce fra l’autunno 1811 e il giugno 1812, in comunione con l’Ottava e con le musiche di scena per “Le rovine di Atene” e “Re Stefano” di Kotzebue. La prima esecuzione pubblica fu organizzata l’8 dicembre 1813 nella sala dell’università di Vienna in una serata a beneficio dei soldati austriaci e bavaresi feriti nella battaglia di Hanau dell’ottobre precedente. L’aspetto estroso, ai limiti della stravaganza, fu uno degli elementi più avvertiti dal gusto del tempo: non solo un arcigno come Friedrich Wieck (il padre di Clara Schumann) percepiva nell’opera la mano di un ubriaco, ma anche un apostolo romantico come Weber individuò eccessi oltre i quali non era più lecito spingersi (più tardi però, nel 1826, doveva dirigerne un’ammirata edizione a Londra); anche la parigina “Revue Musicale”, dopo una esecuzione del 1829, in cui l’Allegretto fu regolarmente replicato, giudicava il finale «una di quelle creazioni inconcepibili che hanno potuto uscire soltanto da una mente sublime e malata». Anche l’esaltazione della Settima fatta da Wagner sarà il capovolgimento di queste censure contro la stravaganza e l’eccesso: «coscienti di noi stessi, ovunque ci inoltriamo al ritmo audace di questa danza delle sfere a misura d’uomo. Questa Sinfonia è l’apoteosi stessa della danza, è la danza, nella sua essenza più sublime». Danza quindi come sublimazione di un’essenza ritmica, che percorre tutta l’opera in un graduale e costante crescendo d’intensità metrica, da una lenta messa in moto fino al massimo dell’eccitazione. Non meno esaltante è quindi la strategia complessiva dimostrata da Beethoven nel maneggio di formule e vocaboli spinti all’incandescenza espressiva. Il Poco sostenuto introduttivo si richiama alle ultime Sinfonie di Haydn, alla K. 543 di Mozart, alle Sinfonie n. 1, 2 e 4 dello stesso Beethoven: la sua trasformazione nel Vivace, attraverso la microscopìa di una sola nota ripetuta, è una di quelle invenzioni irripetibili che non consentono altri sfruttamenti, e infatti Beethoven non scriverà più introduzioni lente in questo spirito. Nel Vivace che se ne sprigiona la continuità ritmica è talmente costante che vengono cancellati i confini tradizionali fra temi principali e secondari; anche la consueta ripartizione di esposizione-sviluppo-ripresa diventa un punto di riferimento secondario rispetto all’unicità dello slancio vitale. Incorniciato da due accordi degli strumenti a fiato in la minore, l’Allegretto è in forma ternaria, con uso di variazioni e scrittura contrappuntistica come nella Marcia funebre dell’Eroica: tiene il posto dell’Adagio o dell’Andante tradizionale, e trasfigura il pathos della confessione in una melanconia distaccata, lasciata in sospensione dalla pulsazione ritmica anche qui inarrestabile, che non si interrompe nemmeno nel dolcissimo intermezzo in tonalità maggiore. Nel Presto l’accelerazione ritmica riprende il sopravvento, appena arginata da un Trio (derivato, a quanto pare, da un canto popolare di pellegrini che tuttavia assume qui scoperti caratteri marziali) intercalato due volte, come nella Quarta Sinfonia, al movimento principale; e tuttavia non c’è vero contrasto, perché il Presto si conclude ogni volta su una nota, un La, che resta tenuto e immobile per tutta la durata del Trio; accorgimento, come ha notato l’orecchio finissimo di Fedele d’Amico, «che finisce col costringerci a guardare il Trio, per così dire, dal punto di vista del Presto»; in altre parole, quel La tenuto non disperde l’energia ritmica ma la trattiene e la prepara a una nuova corsa. Il finale, Allegro con brio, il cui tema principale Beethoven aveva già usato nella trascrizione di un canto popolare irlandese, riassume e porta a conclusione tutti quegli aspetti trascinanti, bacchici, messi in luce da Wagner, ai quali nemmeno il gusto moderno, passato attraverso nuovi scatenamenti, riuscirà mai a sottrarsi.

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