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Pozzuoli, Katiuscia scomparsa 11 anni fa «Cadavere bruciato nel forno delle pizze»

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POZZUOLI  – Si allunga la lista dei collaboratori di giustizia chiamati a deporre nel processo sulla scomparsa di Katiuscia Gabrielli, la venticinquenne di Pozzuoli, madre di due bambini, uccisa, stando alle indagini, la notte dell’8 settembre del 1999, il cui corpo non è mai stato trovato. Secondo l’accusa, il cadavere di Katiuscia potrebbe essere stato bruciato nel forno della pizzeria di Castelvolturno all’epoca gestita dal compagno, Giuseppe Cervice, l’ultimo a vederla ancora viva e ora unico imputato del processo in corso a Santa Maria Capua Vetere.
Massimo Amatrudi e Alfonso Cesarano, entrambi pentiti ed ex affiliati al clan dei Casalesi, potrebbero svelare i particolari della morte della donna. Nell’udienza che si è svolta due giorni fa nell’aula della corte di Assise del tribunale di Santa Maria Capua Vetere – presidente Elvira Capecelatro, a latere Maria Chiara Francica – è stata acquisita dai giudici la dichiarazione di Massimo Amatrudi: «Seppi da Cesarano che quella sera c’era del fumo strano in giro».

Poche parole per tirare in ballo un altro collaboratore di giustizia e intrecciare la storia di un omicidio con quella della camorra. Il 10 novembre Cesarano verrà ascoltato in video collegamento su ciò che sa della sparizione di Katia, sul «fumo nero» di quella sera.

Per il pm di Santa Maria Capua Vetere, Ilaria Sasso Del Verme, erano i resti del corpo di Katia a tingere di nero il cielo di Castelvolturno la notte tra l’8 e il 9 settembre. A dimostrazione di questa tesi ci sarebbe il fatto che l’imputato Cervice – accusato di omicidio e occultamento di cadavere – pare abbia cambiato i mattoni interni del forno della pizzeria.

In aula, due giorni fa, c’erano i genitori della donna che da undici anni sono in attesa della verità. Ed entrambi a novembre verranno ascoltati dalla corte, mentre nell’ultima udienza sono state acquisite le dichiarazioni dei due fratelli.

Furono proprio loro, genitori e fratelli di Katia, i primi a capire che la denuncia di sparizione sporta da Giuseppe Cervice ai carabinieri di Pinetamare non aveva avuto un seguito. Nelle prime fasi dell’indagine, infatti, vennero indagati il padre di Cervice, Leonardo, e un carabiniere originario di Livorno, Giovanni Fuggero, all’epoca in servizio presso la stazione di Castelvolturno accusato di aver insabbiato l’indagine.

Entrambi, però, sono stati assolti per prescrizione del reato.

di Marilù Musto Il Mattino

M.P.

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