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GIUFFRIDA FARINA. DUE LIRICHE ILLUSTRATE, DAL “CARATTERE ELETTRICO”, ED UNA LETTERA DI DOMENICO REA. foto

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Nel corso della mia esperienza lavorativa sono stato, dal 1983 al 1986, impiegato ENEL di Sala Consilina. Nella cittadina cilentana ho composto,tra svariate altre elaborazioni,alcune poesie aventi un –chiamiamolo– “carattere elettrico”, illustrandole con disegni;in una di tali liriche (che entrò a far parte di un libro edito da Palladio Poesia, intitolato ‘Ahi, Dante maledetto!’ 1988, collana diretta dall’editore Franco Di Matteo) un docente,durante un corso di formazione professionale , tratta di complicati fatti elettrici, ma il mio pensiero era occupato da ben altre faccende,assai più semplici; un altro componimento, avente medesima “tonalità elettrizzante” (nacque osservando operai dell’ENEL mentre riparavano un guasto su un traliccio,verificatosi ad Agropoli ) appartiene ad un volume del 1984, ‘Luci bianche,Sol diesis’, edito da EsseGi Salerno. Di seguito le 2 liriche illustrate sono riproposte, insieme ad una lettera autografa (18/10/1981) dello scrittore e giornalista napoletano Domenico Rea, al quale piacque questa mia idea attuata sin da allora: l’interazione tra bellezza e fascino femminile con l’elettrotecnica. 1) SCRITTO SU UNA LAVAGNA. Violentava quel gessetto musicale, violentava quella mano musicale graffiando sul sigillo d’una notte appesa come la mia vita su questa terra – bianchi cavalli alati ornavano il cielo – violentava l’evangelico pareggio di Fourier – ombre s’affacciavano cadenti – con tutta la sua mole sull’acqua traboccante d’arsure sahariane – ombre ghignavano cadenti – giocava a far l’amore con l’Universo curvato lungo l’asse spazio tempo…
Si è disfatta l’opera tua … Ma l’Enel mai conoscerà
una ignota fanciulla
che col suo chiarore ritornare le luci fa.

2) ALBERI ILLUMINATI NELLA NOTTE (AD ANNA). Se nei cavi elettrici percorsi da un LA DO MI arpeggiato invece che da un fiume di elettroni, se la strada fosse un pentagramma e non il nudo filo nel viaggio di una marea di particelle, se soltanto
ti accorgessi che sto guardando te, non osservo l’oscura lampada per un prodigio fatta luce , nell’ombra di una strada abbandonata, abbagliato da scintille melodiose, mi lascerei morire così . I tuoi occhi, gioiose sferette nel buio, paion lanterne, lunghe tenerezze di alberi illuminati nella notte, braccia delicate che ti stringono . E tu mi parli, tu memoria ora mi parli, con la lama d’oro di quegli occhi, nel rintocco disperso del tramonto del sole, quando accendeva le notti dell’inverno, il solo gesto delle dita tra i capelli.

Giuffrida Farina

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