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Le Rubriche di Positano News - Escursioni d'autore: Emozioni poetiche di Liuccio

IL MIELE DI PESTO NELLA PROSA POETICA DI ALFONSO GATTO

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Pubblico qui di seguito l’articolo scritto per il settimanale del Cilento, UNICO, in edicola da oggi 19 giugno 2015.

Una mia vecchia poesia in vernacolo contiene due endecasillabi, che scrissi in un momento di totale sfiducia nella possibilità che la mia terra potesse imboccare la strada della cultura per risollevarsi dalla stato di degrado in cui si trova. Li trascrivo di seguito.”A lo paese pe me sente vivo-/ io pozzo parlà sulo co li muorti”. E per fortuna di morti che hanno onorato il territorio con opere nelle quali mi identifico ne ho conosciuti parecchi. Uno di questi è certamente il mio Amico e Maestro di vita e di poesia Alfonso Gatto. Con lui parlo spesso, rileggendone le poesie e le prose. E mi capita, così di trovarmi nello stato d’animo di Machiavelli, che, entrato in conflitto con il governo della sua Firenze fu mandato in esilio nella Garfagnana, che, all’epoca, era una terra poco sicura e frequentata da gente di malaffare. Il grande storico/politologo fece di necessità virtù e di giorno passava buona parte del tempo nelle bettole di campagna, giocando a carte e bevendo, ma la sera, rientrando nel suo studio, si ripuliva,nel corpo e nello spirito, e dialogava con i grandi del passato leggendone le opere. Lo confessa all’amico Vettori, a cui indirizza un’accorata lettera affinchè  intervenga su chi di dovere perché gli sia concesso il ritorno nell’amata città. E, per identificare lo stato d’animo delle sue giornate nella poco sicura Garfagnana usa un termine efficacissimo “io mi ingaglioffo”. Mi sono ricordato sia dell’episodio autobiografico di Machiavelli, sia di quei miei due endecasillabi scritti nella rasposa sonorità del mio dialetto, mentre, trafitto da cocente e lancinante nostalgia, forse anche in vista del rientro ormai prossimo nel territorio per un lungo periodo di vacanza, impiegavo le ore di un pomeriggio afoso nella lettura di quello che Alfonso Gatto ha scritto sulla mia città/territorio dell’anima: 15 bellissime poesie e  diverse prose. Una di queste ultime ha per titolo “IL MIELE DI PESTO”, che fu scritta, quando, circa mezzo secolo fa o giù di lì, dal ventre della terra della città dissepolta venne alla luce un’anfora ipogea colma di miele di circa 2600 anni fa. Riporto quella pagina qui di seguito con l’augurio e nella speranza che l’Amministrazione Comunale di Capaccio/Paestum preveda, tra l’altro, anche una serata in onore del nostro grande Poeta e magari l’intitolazione di una strada e, (perché no?) la pubblicazione di un’antologia degli scritti pestani. Ne sottopongo la proposta  pubblicamente al sindaco, ovviamente, e a tutti i consiglieri comunali, di maggioranza e di minoranza, perché la cultura non ha colore politico, ma soprattutto alla sensibilità del Vice sindaco, Nicola Ragni, che conosco come uomo determinato e volitivo e al quale mi legano solidi rapporti di antica amicizia e di reciproca stima, e  con il quale mi trovo a mio agio a dialogare. E, naturalmente, buona lettura!

“Pur con qualche approssimazione geografica, qualche giornale ha dato notizia del miele di Paestum. Lo hanno trovato in un'anfora venuta alla luce durante nuovi scavi effettuati nella zona archeologica della città morta. Ridotto a poltiglia, ma riconoscibile, questo miele di 2600 anni fa, ci riporta l'odore e il sole di quella terra che è anche un po’ nostra, meno blanda e meno addomesticata di quanto la lascino vedere i sofisticatori delle sue rose perdute.
A questa notizia, il ricordo di Pesto nel torrido dell'estate – tra la montagna di Capaccio ed il mare verde allontanato dalle mura – resta sospeso in un ronzio solenne; i carretti di pomodori e dei meloni gialli dilungano nella dolcezza allappante della sete che si ripromette l'acqua, il balsamo del frutto addentato. I ragazzi, le lucertole, le serpi, le pietre hanno dentro lo stesso miele sepolto, un miele nero. I venditori di meloni zuccherini, dalla scorza verdissima e gialla, da Salerno a Napoli gridavano "melune 'e Pieste".
Tutta l'infanzia di noi ragazzi, laggiù, si tirava dietro l'interminabile controra di un caldo antico quanto il sole, e insieme il fresco d'una grotta sognata più che vista, lunare, ove stanno a ghiacciare boccioni di vino, uve, meloni. Ecco perchè la notizia non ci ha sorpreso: di queste vene sotterranee, dolcissime e funebri, di queste ceneri son fatti laggiù montagne e arenili: ove la terra tocca la sua violenza fa tutto buono e quasi si insudicia della sua ricchezza.
Sono mai esistite le rose di Paestum? Saranno esistite – rispondiamo – se la storia ne ha tramandato il ricordo e se oggi i curatori della bellezza antica cercano in tutti i modi di ravvivarne il seme. Noi preferiamo dimenticarle, lasciando che rimanga a fiorire solo l'asfodelo, il fiore delle anime vaganti e dei morti. Vivissime e effimere, le rose non si addicono a questo lutto segreto e fermentante alla luce che è nelle cose. Si addicono i pomodori, si addicono i meloni gialli e verdi e gli uomini vestiti a lutto nel bianco delle strade maestre, le cornacchie che a sera calano sui templi, sugli scheletri spolpati della terra antica.
Rimandiamo alle bellissime pagine che Riccardo Bacchelli ha scritto su Paestum. Gli daranno la realtà di questo paesaggio in cui è presente, più che in ogni altro, il Genio del luogo, la misura di un mistero che dà i brividi addosso nel lungo presentimento della notte. A noi, quasi indigeni di Pesto, il sapore di quel  miele ritrovato dopo 2600 è nella bocca, lo abbiamo succhiato al petto di nostra madre nelle lunghe controre d'estate, l'abbiamo sentito formarsi nella sua dolce grana d'incenso da quel ronzio solenne che tiene la pianura malarica.
Nonostante questo abbiamo vissuto e viviamo, impreparati, improvvisi, come nati dal nulla. Ma negli occhi balena a volte il lustro della ferocia. Così vedemmo correre un giorno, quasi inebriati da un invisibile saccheggio, i ragazzi scalzi di Pesto. Mulinavano con i fantasmi, abbattevano le siepi di quel giardino di memorie pur di ritrovare, impiccata a una canna, la gialla bandiera dei padri”.

Questo lo scritto straordinario di Gatto, che forse molti non conoscono. Ho sentito il bisogno il sottoporlo all’attenzione di tutti i miei conterranei Capaccesi/Pestani a cominciare dagli amministratori comunali,soprattutto  quelli che hanno gusto e sensibilità per la frequentazione alla lettura, per diversi ordini di motivi: l’amore per la mia terra, il ricordo/affetto, devozione per un Amico e Maestro e direi soprattutto, perché i miei conterranei riscoprano ed esaltino l’importanza della CULTURA per fecondare di sviluppo tutto il territorio di CAPACCIO/PAESTUM e della sua vasta kora, che potrebbe e, secondo me, dovrebbe affondare la riflessione nella storia del PASSATO per esaltare il PRESENTE e costruire il FUTURO.
 

Giuseppe Liuccio
g.liuccio@alice.it

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