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Dal silenzio alla denuncia sociale: la trasformazione della pittura di Loris de Rosa. Contributo di Daniele Gogliettino. foto

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Nota di Maurizio Vitiello – Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo un contributo storico-critico del giovane studioso Daniele Gogliettino, intitolato “Dal silenzio alla denuncia sociale: la trasformazione della pittura di Loris de Rosa.” Segue una nostra nota ad marginem 
 
 

Dal silenzio alla denuncia sociale: la trasformazione della pittura di Loris de Rosa.
di Daniele Gogliettino
 
Il silenzio, a volte per rabbia, a volte come distanza etica, può essere una reazione cosciente e valutata a un silenzio imposto come mezzo di indifferenza o come strumento per cancellare la “memoria”. Giustificazioni politiche, quando si parla di arte, difficilmente possono reggere; anzi, spesse volte, quando gli avvenimenti in questione non sono lontani nel tempo, l’arte fa sentire nuovamente la sua voce attraverso tanti piccoli spiragli che la storia concede a chi sa ricercare mettendo da parte l’aspetto ideologico di fondo o, comunque, evitando un giudizio critico che possa ricadere con facilità nel “pregiudizio”. Il Novecento è pieno di tentativi di cancellazione e di sforzi di rifacimenti di superficie, soprattutto se ci si accosta a un arco temporale problematico come quello che abbraccia le due grandi guerre.
L’esperienza artistica di Loris de Rosa, cagliaritano di origine ma napoletano di adozione, è radicata nel tessuto formativo del capoluogo campano degli anni Venti. Studia presso l’Istituto d’Arte, che vantava all’epoca maestri non meno prestigiosi dell’Accademia, e si iscrive alla facoltà di Architettura. Nel 1930, a soli ventun’anni, espone un dipinto, Natura morta, alla II Mostra del Sindacato Fascista di Belle Arti della Campania. Da qui l’inizio della sua carriera artistica e un susseguirsi di mostre e premi fino alle seconda Guerra mondiale. Nel 1934 vince il Concorso Nazionale del Paesaggio di Castellammare di Stabia, con Il Cantiere Navale di Castellammare (1933) – oggi conservato presso l’Azienda Autonoma Cura Soggiorno e Turismo di Castellammare di Stabia (NA) –, distinguendosi tra più di duecento artisti provenienti da ogni parte d’Italia e anche da oltre confine. Il dipinto è un bellissimo scorcio del Regio Cantiere Navale, nel quale l’uso di una colorazione abbondante e di una pennellata fluida delineano una scena, quella del porto, carica di vita e di movimento. Pochi mesi prima aveva esposto alla XIX Biennale di Venezia e l’anno seguente sarà presente alla Seconda Quadriennale d’Arte Nazionale di Roma.
La sua adesione al Partito Fascista non è solamente di facciata, ma partecipa ai premi e alle iniziative proposte dal regime. Ad esempio, nel 1936 vince con un manifesto la Prima Mostra del Cartello e della Grafica Pubblicitaria al Palazzo delle Esposizioni di Roma, mettendo in relazione la romanità classica con la nuova modernità fascista. Due anni dopo si aggiudica il primo premio al Concorso Nazionale del Francobollo dell’Impero con la realizzazione del Francobollo di Posta Aerea, Africa Orientale Italiana (1938), che va in stampa in tre esemplari dal differente valore monetario. Ai lavori pittorici affianca, così, opere dal carattere grafico che se ne discostano non tanto per le tecniche adoperato, ma per il forte simbolismo delle scene raffigurate, dove tutti gli elementi acquistano un preciso valore ideologico. Espone ancora, tra le mostre più prestigiose, alla XX Biennale, alla Terza Quadriennale romana e alle annuali mostre del Sindacato Fascista Belle Arti della Campania, entrando anche a far parte del comitato organizzatore.
Accanto a questa produzione che potremmo definire “ufficiale”, de Rosa ne affianca un’altra più “intima”, realizzata attraverso una serie di opere raffiguranti  panorami e vedute cittadine, marine e ampi spazi di costa partenopea, i quali sprigionano una grande energia e si caricano degli stati d’animo del pittore, mostrando l’estrema varietà di generi utilizzati e l’evoluzione di uno stile sempre alla ricerca di nuove e più moderne forme espressive. Scorriamo ancora, in una rapida carrellata, nature morte e ritratti che si innestano, per colorazione e costruzione spaziale, nelle correnti presenti allora sul territorio campano, tanto da permetterci di accostare il nostro pittore ad altri suoi coevi, come Alberto Chiancone, Manlio Giarrizzo, Guido Casciaro o Mario Cortiello.
Lo scoppio della guerra cambia non solo le sorti di un’intera nazione, ma anche quelle di de Rosa. Partecipa attivamente alle operazioni belliche prestando servizio in Grecia. Tornato in Italia, viene fatto prigioniero e, sotto i rastrellamenti delle truppe naziste, viene recluso per alcuni mesi in uno dei campi di concentramento allestiti nel nord della nostra penisola. Liberato e terminato il conflitto mondiale, la sua arte, coerente alla personalità del pittore, si chiude in un silenzio che è contemporaneamente reazione a quanti gli chiedevano di rinnegare la sua appartenenza al precedente regime fascista, come se quel periodo storico non fosse mai esistito, e sdegno verso chi ha saputo approfittare della nuova situazione politica, riuscendo a conservare cariche e poteri acquisiti nei due decenni passati. A tutto ciò si somma la rassegnazione di fronte a un’Italia straziata dalla guerra, mentre le sue opere vengono emarginate da tutti gli ambienti ufficiali.
Tuttavia, se de Rosa smette momentaneamente di dipingere, non resta certo improduttivo. Dal 1948 e fino agli inizi degli anni Sessanta assume il ruolo di diretto artistico presso la Vis Radio, etichetta partenopea ascritta per numero di vinili pubblicati tra le prime case discografiche italiane dell’epoca. Facendosi tramite della tradizione, riesce a coniugare il precedente stile pittorico con i nuovi sviluppi dell’arte e della tecnica grafica. Dà vita a modernissimi e vivacissimi manifesti pubblicitari, immagini per riviste, copertine per vinili e quant’altro richiede la stampa commerciale, adattandosi, anzi sfruttando al massimo le “nuove regole” tipografiche. Immagini dal forte contenuto simbolico raffigurano volti di cantanti, panorami partenopei e non, e tutta una serie di simboli legati alla musica e alla casa discografica.
Esaurita l’esperienza con la Vis Radio e a seguito di alcuni avvenimenti storici che inquietavano la coscienza pubblica italiana, agli inizi degli anni Sessanta de Rosa torna nuovamente a far sentire la sua voce attraverso un linguaggio espressivo che recupera l’esperienza degli anni Trenta ma che tende, adesso, ad allargare la spazio pittorico attraverso una deformazione delle forme, che nasce da un irruente impulso interiore. I paesaggi costieri trasmettono con più veemenza sentimenti di malinconia, caratterizzati da violente mareggiate e da cieli cupi; i consueti vasi di fiori sembrano essere assorbiti da un sfondo dalle pennellate cariche di pigmento pittorico; per le piazze e vedute cittadine, invece, la sua attenzione si sposta alle facciate dei singoli palazzi, colti nella loro interezza quasi a far combaciare i margini dell’edificio con quelli della tela. Non riuscendo, però, a comunicare con precisione ciò che i suoi occhi leggevano sui quotidiani, sperimenta, tramite l’inserimento di stralci di giornali sulla tela, forme di collage che gli permettono di registrare alcuni fatti di cronaca politica e sociale realmente accaduti. È l’espediente che utilizza per far sentire con maggior forza il suo sdegno verso una società sempre più corrotta e degradata. Torna nuovamente a esporre, questa volta però non solamente in Italia ma anche in numerosi paesi europei.
Ma, forse, il principale elemento d’originalità del periodo è l’introduzione di una figurazione allegorica, a carattere sarcastico, attraverso la rappresentazione di alcuni pupi siciliani. Ad essi si affiancano altri personaggi tipici del Carnevale, come Pulcinella, Damina e un gran numero di carabinieri, simili a quelli descritti da Collodi. Questi pupi possono riprodurre personaggi politici o dell’alta società italiana, che si macchiano di azioni violente e oscure, che tramano contro l’interesse dello Stato e del bene comune. Vediamo, allora, il Parlamento italiano composto da una serie di pupi e Pulcinella, carabiniere dietro le sbarre sorvegliati da pupi, un pupo gigante, armato di scala, scalpello e martello, che cerca di scheggiare la cupola di San Pietro, oppure una fiera, cavalcata da due pupi, che aggredisce un carabiniere e attua una nuova e violenta marcia su Roma (il richiamo è al caso Sindona, banchiere milanese che attraverso un inestricabile nodo di affari illeciti, arrivò a controllare un numero ingente di banche e società finanziarie). Inoltre, l’innesto di vari stralci di quotidiano ci permette di datare l’avvenimento con precisione e ci fornisce informazioni utili per decodificare quest’ultima opera.
L’esperienza artistica di de Rosa si colloca, per mezzo della sua partecipazione “attiva” alla vita del Paese, nel cuore del Novecento: durante il ventennio littorio ha luogo la sua formazione e la successiva affermazione; nel dopoguerra un silenzio imposto, ma sfruttato come personale riflessione critica, lo conduce verso un linguaggio che analizza e scandaglia il presente e lo mette in relazione a un passato che, per quanto contradditorio, mostrava improvvisi e accecanti bagliori di luce. Come un pupo che si innalza su un piedistallo, protetto da due carabinieri, tra le rovine di un antico foro imperiale e sotto un cielo grigio, nel quale volano inquietanti corvi neri, così, negli ultimi anni di vita, al pittore appare la realtà italiana, raffigurata nell’opera I corvi sostituiscono le aquile (1976). Guardando al grandioso passato storico italiano, de Rosa non può fare altro che prenderne atto e denunciare, con quel sottile filo di voce che ancora gli resta, la decadenza di una società ormai inarrestabilmente corrotta, dove le classi dirigenti hanno preposto interessi privati al bene comune.

Bibliografia
Gogliettino D., Loris de Rosa, Giannini Editore, Napoli, 2013.
Picone Petrusa M., La pittura nel ‘900, Franco Di Mauro Editore, Sorrento, 2005.
Picone Petrusa M., Gli anni difficili. Arte a Napoli dal 1920 al 1945, catalogo mostra, Electa Napoli, Napoli, 2000.
Vitiello M., Amore e rabbia nella pittura di Loris de Rosa, in «Il Cerchio», rivista di cultura e politica, Napoli, 1999 (articolo presente su internet: www.guzzardi.it/arte/pagine/artisticalabresi/archivio/derosa.html ).
Ricci P., Arte e artisti a Napoli dal 1800 al 1943, Edizioni Banco di Napoli, Guida Editore, Napoli, 1981.

Nota ad marginem
di Maurizio Vitiello

Per quanto riguarda la nota bibliografica che mi riguarda Vitiello M., Amore e rabbia nella pittura di Loris de Rosa, in «Il Cerchio», rivista di cultura e politica, Napoli, 1999 (articolo presente su internet: www.guzzardi.it/arte/pagine/artisticalabresi/archivio/derosa.html ) penso che sia giusto riprendere per intero il mio testo segnalato, per tre motivi:

1 – il mio contributo critico "Amore e rabbia nella pittura di Loris de Rosa" è anche presente nelle prime tre pagine del catalogo, appositamente stampato, ma in pochissime copie, quasi introvabili oggi, per la retrospettiva, intitolata "Loris de Rosa", che inaugurai con un breve intervento, tenutasi nel dicembre 1998 alla galleria d'arte "L'immagine Nea", in Via Salvator Rosa, di fronte alla nuova metropolitana di Napoli; spazio all'epoca guidato con passione e professionalità da Adolfo Giuliani;
2 – dopo anni di silenzio si riparlò di Loris de Rosa, che era stato dimenticato, e riuscii ad attivare attenzioni critiche e di stampa;
3 – ho passato questo contributo critico all'amico-pittore Claudio Grandinetti che cura l'impianto del sito www.guzzardi.it che guarda all'arte calabrese, ma non solo; e, quasi, contemporaneamente l'ho passato, nel 1999, alla rivista di cultura e politica "Il Cerchio", nata nel 1995, diretta da Giulio Rolando, per giusti motivi di attenzione sull'artista. Il mio contributo critico in catalogo, lanciato nel mondo web e integrato in una rivista di largo spessore ha fornito una prima importante base di tangibili riscontri sull'attività dell'artista.

Eccolo:

"Amore e rabbia nella pittura di Loris de Rosa"

di Maurizio Vitiello

 

   Pochi mesi fa l'amico-cardiologo Antonino Scialdone con una veloce telefonata mi segnalava che si potevano visionare opere dell'artista Loris De Rosa.
Insieme abbiamo potuto apprezzare a casa di Elba e, poi, di Ione e Bruno Mannelli lavori riordinati cronologicamente e per tema.
Elba e Ione De Rosa intendono continuare a preservare e a perpetuare la memoria del padre-artista con periodiche esposizioni in centri affermati e in spazi nuovi.
Credo che tutta la pittura di Loris De Rosa meriti un'opera di approfondimento critico.
Meriterebbe, in particolare, una disamina il periodo pittorico tra le due guerre, soprattutto da parte di coloro che hanno trattato e trattano argomenti visivi di questo segmento epocale.
Due preziose indicazioni sull'attività di Loris De Rosa ci vengono fornite dalle note critiche ed amicali di Settimia Cicinnati e di Emilio Buccafusca – inserite nell'antologia critica di questa breve pubblicazione, che invitiamo subito a leggere -.
Loris De Rosa, nato a Cagliari il 1909, è venuto a Napoli ed ha frequentato l'ambiente artistico sino alla seconda guerra mondiale, poi se ne è staccato per ritornarvi, a pieno, negli anni Sessanta.
Da giovane ha incominciato a dipingere, aiutato anche dai consigli di Lionello Balestrieri quando frequentava l'Istituto d'Arte.
Ha partecipato ad importanti manifestazioni, raccogliendo anche primi premi, vari riconoscimenti e riscuotendo successo, tra le quali: "La Biennale" ('34), "Mostra Internazionale d'Arte Coloniale" ('34), "Quadriennale d'Arte Nazionale" ('35), "Mostra del Sindacato Interprovinciale Fascista di Belle Arti" ('36), "Concorso Nazionale del Francobollo dell'Impero" ('38), "Concorso per due Francobolli per la mostra delle Terre d'oltremare" (' ), "Cartello per la Difesa Aerochimica" (' ), "Triennale d'Oltremare" ('40), "Allestimento e Decorazione Interna Mostra Terre Italiane d'Oltremare" ('40) …..
Spiccano tra i suoi lavori angoli e spaccati di Napoli, tanto amata.
L'artista cagliaritano, stregato dalla città, l'ha, poi, raccontata per soffi d'immagíne e per sigle.
Ha evidenziato antiche strade, portici, portichetti, vicoli, vicoletti, palazzi decorosi, palazzetti toccati dal tempo, piazze animate e piazzette silenziose.
Molti scorci ricordano luoghi vomeresi e feste del quartiere collinare, oggi invaso dal cemento ed attraversato da un traffico intenso, asfissiante, rumoroso.
La zona di Antignano e Piazza degli Artisti, ad esempio, sono sinceramente riprese con fulminee pennellate dai saporiti accenti.
Colori fluidi ricalcano rilievi scarni, di tenuta grafica, ed invadono lo spazio.
Un "esprit métropolitain" trapassa le densità luministiche che fanno vibrare "impressioni" sensitive immediate, pronte e diretto.
 Altro versante pittorico è dato dalle numerose scene marine.
I paesaggi marini inseriti in aperture e squarci d'azzurro accolgono vedute di luci e colori.
Il profilo del Golfo di Napoli, Capo Miseno, l'Isola d'Ischia, gli scogli profondamente scossi dal mare risultano alcuni soggetti preferiti.
Loris De Rosa estremamente interessato alla natura che circonda Partenope la ripropone con grazia e mestiere, in modo rapido ed affilato.
La scandaglia nella manifestazioni violente (ad esempio, cieli cupi o mareggiate) e la fissa nella sua forza elegiaca (ad es., scenografiche spiagge deserte o caldi pomeriggi estivi).
La solidità estetica allude ad una tradizionale coscienza di valori.
Ma anche le strutture industriali posizionate sul mare di Bagnoli e i cantieri navali hanno sollecitato l'attenzione di Loris De Rosa, che non ha trascurato attività e produzioni.
In altre opere una lunga teoria di motivi politici e di costume viene ripresa con un linguaggio caustico, sferzante, arrabbiato.
Con la sapiente immediatezza del gesto disegnativo, combinata con rilevanti ed abili spiazzamenti, attua analisi e sottili denunce.
Grazie all'uso del collage, basato su cronache parlamentari e di "nera" (e proprio attraverso la lettura di frammenti e stralci di giornali è possibile datare con una certa sicurezza molti lavori che non riportano la data di esecuzione), tiene banco sugli avvenimenti, sugli scontri o meglio sulle beghe nostrane.
Il gran teatro della politica nazionale, le correnti del "Palazzo", i ribaltoni, i travestitismi, i peccati della società risultano per Loris De Rosa temi da trattare con bizzarre lacerazioni, innaffiate, talvolta, da un sarcasmo "al fiele".
Anche le marionette, i burattini, che hanno l'aspetto dei pupI siciliani, e i carabinieri, che assomigliano a quelli di Pinocchio, scendono in campo e spezzano i fili del teatrino politico-parlamentare e come gli animali di Fedro non hanno bisogno di presentazione.
Risparmiano a chi ossserva ogni peso nel trarre la morale.
Chiari, lucidi ed evidenti fanno ballare altri personaggi pomposi e solenni.
Le marionette e i "pizzardoni" piumati o i "ghisa" incollano statisti e politici, magari a testa in giù.
Estrosamente sottolineano precarietà e credibilità.
Pittura questa di Loris De Rosa vivacissima, esuberante, di caldissima temperatura critica, in alcuni punti sfrontata, ma dal deciso simbolismo deciso e pugnace.
La "vis polemica', dell'artista, superando, ovviamente, qualsiasi effetto contemplativo, approda ad un furore provocatorio e stringe nel rutilante cimento pittorico allusioni e commenti.
E l'amarezza che gonfia il suo cuore solleva e stende un'accentuata carica di ironia.
Loris De Rosa è stato un attento artista, tutto proteso a cavalcare il suo tempo da protagonista e testimone.
E' stato un pittore molto attivo prima del secondo conflitto mondiale, e dopo l'immane tragedia ha coltivato una lunga riflessione.
Ha continuato a rivedere realtà passate e realtà consolidate.
Sono appuntati sulle tele o sulle tavole della sua ultima produzione assorbiti e non assorbiti trascorsi politici e attualità sociali.
Il travaglio che gli ha stretto l'animo negli anni seguenti al secondo dopoguerra risulta evidente nella linea della ragione impiantata su radicati assunti, mai obliterati.

 

 

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