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E’ morta, a soli 36 anni, Lina Ben Mhenni, blogger simbolo della Rivoluzione tunisina

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Lina Ben Mhenni, blogger simbolo della Rivoluzione tunisina, è morta a soli 36 anni per una malattia cronica. Figlia di Sadok Ben Mhenni, militante marxista imprigionato da Habib Bourghiba, affrontava il mondo da solo con la sua telecamera e pubblicava sui social i primi video delle manifestazioni che hanno portato alla caduta dell’ex presidente tunisino, Zine El-Abidine Ben Ali. Attivista per i diritti umani e professoressa universitaria alla facoltà di Scienze Sociali, simbolo della rivoluzione del 2011, era stata anche candidata al premio Nobel per la pace. Sul suo blog scriveva: “Non mi considero una militante ma, nel mio piccolo, un’attivista per i diritti umani. La mia modesta esperienza mi ha fatto capire che le lacrime non sono una soluzione. Bisogna prender la vita a morsi, fare quello che si ama. Bisogna essere felici per poter aiutare gli altri”.

Il suo impegno inizia nel 2007 con la nascita del suo sito, inizialmente solo una specie di diario personale nel quale denunciava la censura sfidando il regime di Ben Ali. E per questo la Polizia cominciò a sequestrarle il materiale e spesso la sua connessione internet veniva interrotta. Ma lei non si è mai lasciata intimorire ed ha continuato per la sua strada, visitando le regioni più svantaggiate per Paese per raccontare e partecipare alle prime proteste. Era difficile da arginare ed il suo sogno era vedere una Tunisia democratica e moderna, con un posto per i giovani e una vera divisione tra politica e religione.

Era da sempre una militante per i diritti delle donne ed aveva di recente partecipato  alla campagna mediatica #EnaZeda (#MeToo in dialetto tunisino) per denunciare violenze e aggressioni subite impunemente da tante concittadine. E su questo argomento aveva dichiarato: “Succede a Tunisi, non ad Hollywood. Non c’è una sola donna in Tunisia che non abbia subito soprusi. Mi auguro che #EnaZeda possa essere un primo passo verso un cambio reale di mentalità”. E si interessava anche dei carcerati. Stava lavorando ad un progetto che potesse garantire loro delle migliori condizioni di detenzione e negli ultimi mesi aveva raccolto più di 45.000 libri per le carceri del Paese in modo da permettere ai prigionieri di poter leggere almeno un libro.

Ma la sua forza interiore non era pari a quella fisica a causa di un serio problema ai reni che la costrinse anche ad un trapianto con un organo ricevuto dalla madre. Ma, purtroppo, il trapianto non andò bene. La sua salute era peggiorata anche per colpa dei poliziotti che, come lei diceva, sapevano bene dove colpirla. Il quadro clinico negli ultimi mesi si era aggravato ed inutilmente gli amica avevano cercato di convincerla a curarsi all’estero. Lina aveva deciso di non lasciare la Tunisia perché sapeva che lì tanto persone avevano bisogno di lei.

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