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La sfida di Agostino Toti

Trionfo assoluto di Leo Gullotta in “Pensaci, Giacomino!” ospite del Teatro delle Arti. Sugli scudi anche Sergio Mascherpa, mirabile interprete dell’ untuoso Padre Landolina

Di OLGA CHIEFFI

Agostino Toti, il professore di storia naturale di “Pensaci, Giacomino!”, è un lontano parente di Mattia Pascal: come lui uomo solo, con l’unica compagnia della sua ombra “quando c’è il sole” ( ma “a casa, il sole non c’è, e non ho più con me neanche la mia ombra”); come lui ideatore di una sfida alla società, una sfida più offerta dal caso che progettata veramente, di segno, però, invertito, perché quella di Mattia Pascal tenta la strada di una vita senza identità sociale e legale, mentre la sua esaspera e accentua i connotati legali. In tarda età sposa la giovane figlia del bidello, Lillina, innamorata di Giacomino e in attesa di un suo figlio, perché questa usi la pensione dopo la sua morte. Il gesto del professore è sconvolgente per più ragioni, giacché non solo sfida il pregiudizio dell’età, ma anche quello dell’infedeltà coniugale e della disparità sociale con la condizione della moglie. Teniamo presente questa doppia ipotesi, la sfida di Mattia Pascal che prospettava un tipo di uomo senza qualità, e quella del professore che prospetta un uomo con un cumulo di qualità apparenti, di cui nessuna sostanziale, perché queste due ipotesi contengono tutta intera la linea dei drammi pirandelliani. Il professor Toti accumula i ruoli sociali di marito, di padre, di professore e, poi, di ereditiera, ma umoristicamente; perché i primi due sono solo apparenti, il terzo molto contestato (all’inizio, abbiamo un quadro del professore in funzione di pedagogo assai permissivo), l’ultimo pienamente usato ma per pretendere libertà e rispettabilità da una società che rispetta la ricchezza. Pur non possedendo questi ruoli che formalmente, il professor Toti svolge fino in fondo, esigendo la fedeltà ai patti sia individuali che sociali, da Giacomino, affinchè attenda la sua morte per sposare Lillina, dalla società che rispetti le sue stesse istituzioni. Solo un attore comico e drammatico di grandissima esperienza quale Leo Gullotta è, poteva centrare in pieno un personaggio così complesso eppure così semplice nel suo modo di pensare, senza renderlo una pura caricatura: la grande esperienza attoriale di Gullotta gli ha permesso di vestire perfettamente i panni del professor Toti, attraverso una recitazione misurata e “pesata” parola per parola, quasi con intento barocco, poiché ogni motto racchiude un significato, anche doppio, che ha incantato la platea del Teatro delle Arti. “I personaggi sono oggetto di fotografia – scriveva Antonio Gramsci di questa opera – piuttosto che di approfondimento psicologico: sono ritratti nella loro esteriorità più  che in una intima ricreazione del loro essere morale. É questa del resto la caratteristica dell’arte di Luigi Pirandello, che coglie della vita la smorfia più che il sorriso, il ridicolo più che il comico”. Angela Gallara Goracci sembra essersi ispirata a queste righe per costruire le sagome, che ci hanno ricordato Grosz, ma in particolare il nostro Mino Maccari il quale ha sempre raccontato bene l’ asciuttissimo, cangiante teatro del mondo, col suo plastico riflettere (sul)la vita, sferzante, ma al contempo compassionevole per un’ umanità puntualmente inadeguata, insaziabile di sesso, fama e denari, corrotta o se del caso corruttibile, quindi, irrimediabilmente umana. Intorno ad Agostino Toti si muovono gli altri personaggi che ben rappresentano i mali della società: la visione borghese della Chiesa, nel sorriso del benpensante e fisso di Padre Landolina, un Sergio Mascherpa in stato di grazia, il bigottismo dei compaesani, la mancanza di responsabilità e quella riprovazione e quell’ipocrisia insiti del tessuto connettivo della società e da cui mai forse ci libereremo, offrendo non solo uno spettacolo di qualità ma anche un notevole spunto di riflessione, attraverso il coro delle figure, tra grottesco e umorismo, comprende il direttore del Ginnasio (Liborio Natali), Lillina, la figlia del bidello, Federica Bern, il suo ragazzo Giacomino (Marco Guglielmi), Valerio Santi e Rita Abela che formano la scoppiettane coppia Cinquemani e consorte, la burbera sorella di Giacomino, Rosaria (Valentina Gristina), le serve Rosa e Filomena (Gaia Lo Vecchio), una compagnia perfettamente affiatata, questa dell’Enfi teatro. I grandi temi pirandelliani, così tristemente attuali, professioni statali sottopagate, pensioni che finiscono in un inspiegabile buco nero, un malcontento generale nei confronti del governo, la solitudine dei vecchi che pure mandano avanti il Paese perchè i giovani non hanno le possibilità, l’invadenza temporale della Chiesa, l’ipocrisia della gente, i pregiudizi dell’opinione pubblica, la società che se fondata sulla famiglia, diventa falsa come certi amori di facciata, appaiono costantemente rappresentati sul palco e sottolineati sia dalle musiche curate da Germano Mazzocchetti, praticamente una penetrante ballata in minore, pensata non solo per intrattenere lo spettatore tra un cambio di scena e l’altro ma soprattutto per legare i tre atti e riaccendere magari qualche calo di tensione. Con questi i volti amari e indifferenti, le malelingue, la “gente”, che ci ricorda la voce di Tina Pica, creati ad hoc, che restano costantemente in scena, gioca la regia firmata da Fabio Grossi che, nell’atto unico  è riuscito a condensare la lunga opera originaria in modo sapiente ed efficace Finale con quella tipica “crisi coniugale”, apparentemente senza soluzione, risolta dall’intervento di un inconsueto deus ex machina, che in questo caso è il piccolo Ninì, gettato tra le braccia di Giacomino a riconquistare per tutti (lui stesso, Lillina, il professore) l’affetto o almeno la disponibilità di questo padre – marito – figlio – amante (fantasmatico). È una partita tutta maschile quella che si gioca nell’ultima scena: Lillina è fuori gioco, ridotta alla pura funzione di anello di congiunzione tra i maschi di tre generazioni, che cercano di stringere o di sciogliere i nodi che li legano. E alla fine è, infatti, l’amore paterno, non quello coniugale o sessuale, che vince e ristabilisce un ordine che l’intrusione di un elemento femminile (la nuova fidanzata di Giacomino, spalleggiata non a caso dalla sorella-madre di lui, Rosaria) aveva cercato di alterare. Applausi per tutti e soprattutto a Leo Gullotta che ha saputo “rubare” il mestiere ai suoi maestri Salvo Randone e Turi Ferro.

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