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PAGINE CHE RACCONTANO IL NATALE AD AMALFI – 1

Affacciarsi sulla bacheca facebook di Sigi, Sigismondo Nastri, ti arricchisce sempre di perle letterarie che trasmettono emozioni e cultura sul territorio della Costa d’ Amalfi , ecco queste che vogliamo riprendere per la loro bellezza

Vi ricordate le strofette che si cantavano una volta?
Mò vene Natale
e sto senza renare,
me fumo na pippa
e me vaco a cuccà’.
Quanno è ’a notte
ca sparano ’e botte
me ’mpizzo ’o cappotto
e vaco a vedé’.

Oppure quest’altra:

Mò vene Natale ’e renza ’e renza,
’o putecaro ce fa crerenza,
’o canteniero ce mette ’o vino
e facimmo Natale ’ngrazia ’e Dio…

Chi, come me, ha attraversato – negli anni dell’infanzia – la guerra, conserva nella mente il ricordo non solo delle inevitabili difficoltà che le famiglie vivevano allora, ma anche della introvabilità dei beni di consumo. Mangiavamo le sciuscelle e pensavamo che fosse il cioccolato.
A confrontare quel Natale col Natale di oggi – osservava Gaetano Afeltra sul Corriere della Sera, il 22 dicembre 1996 (Natale ’38, a messa da Schuster e a teatro con i De Filippo) – “ci si accorge di come è cambiata la nostra vita, in mezzo secolo e più: una vera rivoluzione di costume”.
Rimane, per fortuna, presente nella nostra tradizione il Presepe. Anche se, vittime di un inarrestabile processo di globalizzazione e costretti ad assorbire tutto ciò che ci viene proposto, estraneo ai nostri gusti, alla nostra cultura (dalla Coca Cola ai pop corn, ai cibi transgenici, fino a Babbo Natale – che ha soppiantato la vecchia Befana – e Halloween), subiamo l’invasione nelle nostre case di abeti e finti abeti. Eppure, se il Natale è una festa religiosa, e il presepe ne è il simbolo, inventato oltretutto da quel grande santo che è Francesco d’Assisi, che ci azzecca l’albero, direbbe Antonio Di Pietro? L’albero di Natale non appartiene alla nostra tradizione cristiana; è arrivato a noi dal nord Europa introdotto dagli antichi Romani, se è vero, come sembra, che essi, durante i Saturnali, portavano in giro un abete per salutare la fine dell’inverno.
Fu durante la seconda guerra mondiale che i tedeschi prima e gli alleati poi ne estesero l’uso anche da noi. Ma i tedeschi l’avevano già esportato in Inghilterra a metà ottocento, con il corollario delle decorazioni da appendere ai rami: fiori di carta, mele, frutta secca, candele.
Una conferma di quello che sto dicendo la trovo in Stefan Andres, lo scrittore tedesco esule a Positano, che scrive (Terrazze nella luce, in Positano, storie da una città sul mare, Mediterraneo, 1991):
“Il Natale del 1937 stavamo seduti in quattro su questa terrazza [quella della Casa Rosa a Positano, n.d.r.] intorno al tavolo da pranzo e mangiavamo murene cotte nel vino. Il sole martellava dal cielo plumbeo, il mare era coperto da un grigio manto di coroncine di schiuma che il possente vento del nord dalle montagne scendeva a pettinare, e noi pensammo che la nostra terrazza non fosse un brutto posto per festeggiare l’arrivo del Lucifer matutinus. Sopra il bordo del muretto di recinzione si sporgeva il nostro albero di Natale: un arancio dalle foglie scure su cui splendevano i palloncini dorati, come dei piccoli soli che si potevano toccare.”
Un arancio trasformato in albero di Natale. Bella l’idea, chiaramente dovuta a uno stato di necessità. Dove lo avrebbe potuto trovare Andres, a quel tempo, e in quel contesto ambientale, un abete?
Sigismondo Nastri (da: mondosigi)

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