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Calcio. Il Napoli in profonda crisi: è scontro tra allenatore e giocatori

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Re Carlo è offeso. Le sue parole sono scandite come pietre. C’è un silenzio profondo, dentro il centro tecnico del Napoli, quando Ancelotti termina di dire quello che ha dentro. Un momento quasi sospeso. Ma dura poco. Poi, dopo qualche colpo di tosse a mascherare l’imbarazzo, parte la reazione dei calciatori. Non è una rivolta, non c’è aria di congiura contro l’allenatore, ma tanti nodi vengono al pettine. Ed è quello che vuole Ancelotti che altrimenti non avrebbe chiesto questo confronto con la squadra, non avrebbe chiesto a Insigne e soci di indicare la via d’uscita da questa crisi nera. Nessuno abbassa lo sguardo, i toni sono accesi, c’è chi guarda fisso negli occhi di Ancelotti: il suo discorso è sferzante, le repliche dei calciatori velenose, implacabili. Alla fine il tecnico decide che da domani la squadra andrà in ritiro, fino alla gara con il Genk. Lo decide da solo. Sapendo di avere De Laurentiis dalla sua parte. Lo stesso ritiro che la società ha invocato a inizio del mese di novembre, come ricerca per trovare la compattezza. Ma stavolta nessuno solleva obiezioni, nessuno prova a rifiutarsi, nessuno abbozza un mugugno.

È il tempo delle accuse, con il processo che Ancelotti non vuole si faccia in piazza. Sono le 10,45 quando Ancelotti si chiude nella stanza delle sedute tattiche con la squadra. Solo loro. Allenatore e calciatori. Fuori tutti gli altri: dal figlio Davide agli altri collaboratori. Tanto sanno già cosa dirà Carlo. Una mossa dettata dall’esigenza di non far partecipare all’incontro i dirigenti azzurri. Carlo parte a testa bassa. Accusa la squadra di non avere una mentalità vincente, di essere priva di personalità e non capisce perché non riesca da sola a trovare gli stimoli per rialzare la testa da questa situazione. È un rullo, spietato nel suo j’accuse: non capisce l’assenza di compattezza, quella “svuotatezza” a cui ha assistito contro il Bologna e anche altre volte. Ripete una parola, lo fa più volte: compattezza. Ed è su questo concetto che il discorso di Carlo va avanti per molti minuti. Mentalità, personalità, compattezza, reattività. Usa frasi aspre, non mette mai in discussione la sua permanenza sulla panchina del Napoli. Sa bene che nessuno ne ha chiesto la testa, al contrario di quello che è successo al Bayern di Monaco, dove la congiura dei big costrinse il club a licenziarlo. No, la squadra vede Ancelotti allineato con De Laurentiis. I giocatori hanno compreso che il tecnico gode della fiducia del presidente e che solo una clamorosa eliminazione dalla Champions può rimettere tutto in discussione. Per Ancelotti è una catena di errori che ha portato a questa situazione. Quando ha finito di parlare invita i calciatori ad aprire le ostilità contro di lui. Troppo scaltro, troppo furbo, per non sapere già quello che gli avrebbero imputato. Ancelotti ascolta: parlano Allan, Mertens, Insigne, Llorente, Koulibaly e altri. E rovesciano le colpe, considerando molte delle accuse di Ancelotti intollerabili.

I giocatori non perdono tempo: se Ancelotti ha deciso di ascoltare, sa che può uscire di tutto. Ed esce di tutto: viene puntato l’indice sui carichi di lavoro che sarebbero minimi, sugli allenamenti troppo blandi, sulla necessità di cambiare passo anche nella preparazione delle gare, magari con più sedute tattiche e davanti al video. Vogliono una guida più dura, severa. Ripetono: «Dobbiamo cambiare tutto», rinfacciano ad Ancelotti. Mertens, però, tocca anche un altro punto. Lo fa in maniera schietta e brutale: questa squadra è fatta per il 4-3-3 ed è necessario che a questa soluzione si lavori di più durante la settimana. Non vogliono rompere, ma neppure soccombere. Voleva la verità ed era pronto a sentirla. Lui, Ancelotti, si dice disponibile a ogni cosa, non vuole un braccio di ferro, non li vuole sulla barricata. Insiste: non sono io da una parte e voi da un’altra, stiamo tutti insieme sulla stessa barca. La sintesi è brutale. Volete più durezza? E da domani, dice Ancelotti, si va in ritiro, proprio alla ricerca della mentalità e della compattezza che questo gruppo non ha. E si resta in ritiro fino al Genk. Poi si vede. Era una delle prerogative che De Laurentiis ha lasciato al suo tecnico: «Decida lui se e quando fare ritiro». E il capo sceglie la linea dura, dopo settimane di low profile pubblico. Puntando soprattutto a far passare un messaggio: sono convinto che tutti insieme, in questo modo, possiamo uscirne fuori.

Dopo quaranta minuti con Ancelotti, la squadra resta riunita. Allan, Mertens e Callejon chiedono a tutti di restare dentro. Nessuno si oppone al ritiro: il tempo della rivolta è lontano. Con un mese di ritardo si torna a dove ci si era fermati, quel 5 novembre. A quello scontro con il vicepresidente Edoardo De Laurentiis e il direttore sportivo Giuntoli che altro non facevano che ricordare l’esigenza di stare assieme. Proprio per gli stessi motivi che sono venuti alla luce ieri. Qualche calciatore prova a capire se la squadra è per caso contraria al ritiro. Una discussione che si apre e si chiude in un baleno: nessuno si oppone, nessuno fa il bastian contrario. Però è evidente che la strada presa da Ancelotti è un vicolo senza ritorno: perché lui stesso ha detto che solo in un caso sarebbe pronto a dimettersi, ovvero se non avvertisse la fiducia della società o della squadra. Ed è evidente che qualcosa comincia a scricchiolare. Solo il campo potrà dire se ieri è stato siglato un «nuovo inizio». L’ennesimo. Di certo, l’ultimo. De Laurentiis viene aggiornato in tempo reale: sorride alla decisione del ritiro anticipato a partire da domani, era la linea che aveva dettato lui. E su cui Ancelotti si era detto «non d’accordo». Ma ora non è il tempo di capire chi ha torto e chi ha ragione. C’è una stagione da rimettere in piedi. E ci vuole una grande dose di ottimismo, in queste ore, per poter credere che sia ancora possibile.

Il Mattino

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