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Mancini,Due anni fa eravamo fuori dal Mondiale.Il coraggio di saper scegliere foto

Le scelte del ct la rivoluzione senza traumi 64 convocati  e 52 mandati in campo: ecco  come l’Italia è tornata al top

L’Italia del calcio che mette i piedi nell’acqua di Venezia non è soltanto una bella fotografia. Molte volte la Nazionale c’è stata quando doveva, con Bearzot a Beirut negli anni 80, con Prandelli nelle terre minacciate dalla mafia più di recente. Ma questa ultima Italia del calcio che apre l’allenamento a un popolo scosso e ferito, diventa perfino qualcosa in più del dovere civile e della solidarietà. Al cospetto di un tale disastro partorito dall’immobilismo, visti da Venezia i risultati di Roberto Mancini sono un messaggio in direzione ostinata e contraria, sono un invito al coraggio, forse finanche un piccolo modello di metodo. Nella più ferma delle nostre città, l’uomo che ricopre il ruolo per il quale da sempre si dice siano candidati 60 milioni di italiani, ora candida le sue idee, candida una condotta, a diventare norma. A due anni di distanza dall’epocale fallimento di Ventura e di una squadra che mancò i Mondiali, Mancini ha ricostruito il presepe crepato del pallone italiano con la forza di una prassi che il paese ignora: si è preso la responsabilità di scegliere. Il ricordo del ventennio fascista ha lasciato un trauma nei confronti del verbo decidere. Le sofferenze di un’Italia che spesso nascono dall’inerzia ci ricordano però che decidere, in fondo, significa preferire, e preferendo una cosa a un’altra sempre si scioglie un nodo, e dunque si risolve.

Mancini non ha fatto altro da quando gli hanno dato la panchina della Nazionale. Ha esercitato preferenze, spesso nette, e quasi sempre messe in campo contro i vizi che il calcio conservatore condivide col paese: l’ossequio alla tradizione, la pigrizia delle formule, i cliché, gli slogan masticati mille volte, le idee già pensate, la lingua chewing gum. Mancini ha deciso che un diamante come Zaniolo potesse avere un’occasione in Nazionale senza aver debuttato in Serie A. Ha deciso che ai raduni potesse prendere parte Tonali anche se era ancora in Serie B. Ha dimostrato con Florenzi in Bosnia la sontuosa fesseria dell’antica legge secondo cui non si può giocare in Nazionale se non si è titolari nel proprio club. Ha messo le regole al centro della sua gestione con Kean. Ora, anche lasciando riposare in pace Vittorio Pozzo, le 10 vittorie consecutive di Mancini sono la prova che perfino in Italia si può prendere il coraggio a due mani e scoprire di avere ragione. Provando a leggere le cose del calcio con una lente più grande, le 10 vittorie di fila stabiliscono che con una nuova vocazione alla semplicità, riscattando una prima parte di carriera costruita sugli spigoli,
un uomo sulla cinquantina raggiunge il successo avendo una visione, conoscendo la strada che intende percorrere, come, e con chi. A ben vedere sarebbe il senso della politica.

Quanti sono due anni nel mondo del calcio? Un’eternità, in genere, dato che spesso bastano un paio di settimane andate storte per rimettere in discussione qualsiasi giudizio consolidato. Ma qui non è questione di fare filosofia. Piuttosto, semplicemente, di prendere atto di un processo in essere, ovvero del miglior rimbalzo possibile dopo il crollo del titolo azzurro, avvenuto il 13 novembre 2017. La vittoria rotonda nella sostanza e non solo nei numeri della Nazionale, venerdì a Zenica, è stata ovviamente celebrata in modo doveroso. Non foss’altro per il valore di quel 3-0 alla Bosnia di Dzeko e Pjanic da parte della banda Mancini. Si è trattato come è noto del decimo successo di fila, una striscia mai verificatasi nei quasi 110 anni di storia della Nazionale, a suggello di una qualificazione ottenuta con largo anticipo, rafforzata dal ritorno dell’Italia nell’urna delle teste di serie in un sorteggio Uefa. Al di là del “quanto” è piaciuto il “come” l’Italia ha cercato e voluto centrare questo traguardo: per sé, per la gente e soprattutto per Roberto Mancini. Già, Mancini. Non c’è ormai intervista di giocatore in cui il ct non sia indicato come il vero artefice di questa Rinascita. Da Bonucci all’ultimo debuttante arrivano per lui affermazione di sincera ammirazione. Che lui continua a gestire con una maturità e un equilibrio che appaiono l’antidoto migliore all’eccesso di trionfalismo in agguato.

LA STRADA. La quieta rivoluzione manciniana non è frutto di improvvisazione. Né questo ct appartiene al partito dei massimalisti della panchina. Il suo lavoro, in questo anno e mezzo di lavoro a Coverciano ha seguito il più canonico di cronoprogrammi: ampia selezione di azzurrabili e significativo impiego selettivo. I numeri parlano di 64 giocatori convocati, di cui 52 mandati in campo (80%). Se è vero che ormai in serie A i calciatori convocabili che giocano sono un centinaio (il 35% del totale) significa che Mancini ha lasciato fuori solo un terzo della sua “materia prima”. La cifra di questo commissario tecnico, sotto questo aspetto, è però senza dubbio quella di aver cercato di dare anima e fiducia a un progetto a medio periodo, con prospettiva Qatar 2022, basato sul coinvolgimento dei giovani talenti emergenti, condivisi in parte con l’Under 21. Nelle sue 18 partite Mancini ha fatto debuttare 22 azzurri, da Politano contro l’Arabia a Castrovilli e Gollini contro la Bosnia, ovvero il 42% di quelli che sono scesi in campo. Numeri che valgono molto, non solo per la Nazionale ma anche per l’intero movimento. Così il necessario ringiovanimento ha conosciuto una lunga stagione di successi. A Zenica l’Italia titolare aveva un’età media di 26 anni, 3 mesi e 18 giorni. Quella eliminata dalla Svezia due anni fa viaggiava a quota 30 anni, 8 mesi e 15 giorni. Più o meno il livello lasciato da Antonio Conte a Euro 2016, dove giocò la Nazionale con l’età media più alta di sempre. Questo senza compiere epurazioni totali: al Bilino Polje c’erano pur sempre una decina di reduci della notte nera del Meazza. Insomma, Mancini sta brillantemente riuscendo a compiere una svolta che potrebbe diventare davvero storica.

PROTAGONISTI verso la lista per euro2020

Tonali il deb più giovane  simbolo dell’Italia futura

Il casting di Mancini non è ancora
finito: pronti all’esordio anche Orsolini e Meret, Castrovilli al bis

Tonali (19 anni), a destra, con Mandragora (22) al Bilino Polje Stadium getty

 

Il più giovane, il simbolo del predestinato che, in chiave azzurra, ha conteso a Zaniolo, sfruttando nel miglior modo possibile la sua prima partita da titolare, dopo i pochi minuti del debutto. Sandrino Tonali può essere il simbolo di questa Italia che cresce, che ha prospettiva, che ha qualità. E che, dopo aver messo al sicuro la qualificazione, deve adesso raffinare le proprie scelte che porteranno alla lista dei 23 per Euro 2020. In questa chiave ogni occasione diventa preziosa. Così domani a Palermo, contro l’Armenia, Mancini vuol centrare anche l’ultima vittoria in qualificazione, record così al massimo eguagliabile, ma anche sfruttare l’opportunità per valutare dal vivo altri giovani azzurri. Al Barbera per esempio ci sarà sicuramente il debutto di Riccardo Orsolini (probabilmente non dal primo minuto però), che piace molto al ct così come Castrovilli, in predicato di essere riproposto, dopo lo spezzone finale con la Bosnia, sua prima presenza. E come per Gollini, altro deb, lanciato simbolicamente nel finale a Zenica, stavolta dovrebbe essere Meret a cancellare lo 0 azzurro, sostituendo nella ripresa Sirigu. Oggi il ct valuterà le condizioni del gruppo. Eppoi sceglierà. Anche stavolta il turn over sarà molto ampio. Solo Bonucci e Jorginho resteranno al loro posto. Per il resto Di Lorenzo prenderà il posto di Florenzi («Ha giocato benissimo» ha sottolineato ieri il ct), Romagnoli quello di Acerbi, Biraghi quello di Emerson. A centrocampo, sicuro l’ingresso di Zaniolo, interno destro. Mentre Tonali e Castrovilli si giocano il posto da titolare. In avanti nuovo tridente Chiesa-Immobile-El Shaarawy, con Orsolini primo cambio.

LA LISTA. Questo per dire come Mancini intende sfruttare l’opportunità palermitano per aggiornare la sua agenda in vista della lista europea definitiva, al netto di possibili infortuni e probabili recuperi (gli indisponibili sono una decina). In questo momento possiamo dire che il ct lavora a una euro griglia che prevede, oltre a tre portieri (Donnarumma, Sirigu, Meret/Gollini), 4 coppie di difensori per ruolo (2 di esterni e 2 di centrali: totale 8), 3 coppie di centrocampisti (6) e altrettante di attaccanti (6). Si possono aggiungere alcuni particolari. Uno: Chiellini rientrerà giusto per l’Europeo. Difficile rivederlo con l’Italia a marzo (tournée in Qatar o meno) ma il ct ci conta. Due: in questo momento l’unico che non ha un sostituto è Jorginho, che se necessario potrà essere rilevato da Verratti, Sensi, Tonali. Tre: in attacco Mancini pensa a due centravanti, Immobile-Belotti e 4 esterni. Quattro: duttilità sì ma limitata. Esempio: Kean potrebbe essere sia prima punta che seconda. Importante per il ct che torni a essere se stesso. In questo quadro, la situazione più complessa perché ricca di valide alternative, è il centrocampo. Barella-Jorginho-Verratti sono i titolari. Per gli altri 3 posti sono in corsa Sensi, Zaniolo, Lorenzo Pellegrini, Cristante e ora Castrovilli e Tonali. Non sarà facile scegliere. Meglio così.

 

fonte:corrieredellosport

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