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Dall’Inno Akathistos nella chiesa di Lourdes di Sorrento alla caduta del muro di Berlino

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In Racconti di un pellegrino russo il pellegrino narra che, dopo essere rimasto in povertà con la moglie per il tradimento del fratello, «… Ci ricordavamo anche delle raccomandazioni del nonno; digiunavamo spesso, leggevamo ogni mattina l’inno Acatisto…» e la nota spiega che trattasi dell’Inno o Ufficio in onore della Vergine, che si canta stando in piedi. “Akathistos” non è il titolo originario, ma una rubrica: “a-kathistos” in greco significa “non-seduti”, perché la Chiesa raccomanda di cantarlo o recitarlo “stando in piedi”, come si ascolta il Vangelo, in segno di riverente ossequio alla Madre di Dio. Nella liturgia orientale la celebrazione dell’Akathistos ha il suo posto originario nel periodo quaresimale, il quinto sabato di quaresima, chiamato appunto “sabato dell’Akathistos”: perché l’inno proietta il mistero natalizio a quello pasquale: l’incarnazione di Gesù Cristo alla sua Pasqua di morte e risurrezione. Come ricordava san Paolo VI, la sua articolazione attorno al ciclo natalizio, costituisce «una prolungata memoria della maternità divina, verginale e salvifica di colei la cui illibata verginità diede al mondo il Salvatore» (Marialis cultus, 5). Quasi tutti i monasteri e le chiese bizantine riproducono scene dell’Akathistos sui paramenti, sugli oggetti liturgici, come cornice alle più celebri icone, sulle pareti degli edifici sacri. Le pareti mi hanno fatto ricordare un muro crollato trent’anni fa e tenterò un breve parallelo tra questo evento e la Vergine Madre. L’inno Akathistos fu composto in memoria della vittoria miracolosa riportata dall’imperatore Eraclio sugli Sciti e i Persiani che assediavano Bisanzio nel 626. Un improvviso uragano disperse la flotta nemica, che andò ad infrangersi vicino alla chiesa della Vergine delle Blacherne. Circa l’Autore, quasi tutta la tradizione manoscritta trasmette anonimo l’inno. La versione latina redatta dal Vescovo Cristoforo di Venezia intorno all’anno 800, porta il nome di Germano di Costantinopoli (733). Oggi però si tende ad attribuirne la composizione ad uno dei Padri di Calcedonia: in tal modo, questo testo venerando sarebbe il frutto maturo della tradizione più antica della Chiesa ancora indivisa delle origini, degno di essere assunto e cantato da tutte le Chiese e comunità ecclesiali. L’Akathistos è una composizione davvero ispirata. Conserva un valore immenso: a motivo del suo respiro storico-salvifico, che abbraccia tutto il progetto di Dio coinvolgendo la creazione e le creature, dalle origini all’ultimo termine, in vista della loro pienezza in Cristo; fa di Maria il luogo d’incontro e di riverbero dei massimi dati della fede (cf Lumen Gentium 65). Nel Magnificat si riassume tutta la storia della salvezza e la descrive come una storia della misericordia di Dio. Secondo Luca 1,50 Dio esercita “di generazione in generazione la sua misericordia”. Maria è il veicolo in cui passa la misericordia immensa di Dio, attraverso il sì pieno di fede, che dice al messaggio dell’angelo. Rispondendo al messaggio di Dio con un sì impegnativo Maria esprime la sua totale disponibilità a ben collaborare all’opera della salvezza. Maria è la via che fa venire Dio in questo mondo e fa di lei generatrice di Cristo, l’arca della nuova alleanza e il tempio dello Spirito Santo e in lei la chiesa diventa realtà. La madre di Dio è la rappresentante dei piccoli e dei senza voce nel paese, la donna del popolo che ha sopportato nella sua vita molte difficoltà e tribolazioni, quando partorì in una stalla, quando dovette fuggire in Egitto, quando dovette cercare il bambino, quando rimase sorpresa dalla comparsa in pubblico di suo figlio, e infine quando rimase coraggiosamente sotto la sua croce. Accanto al figlio Maria sperimentò, nella notte oscura della Passione del suo figlio, la più difficile esperienza del dolore che possa capitare a una madre: tenere sulle proprie ginocchia il corpo martoriato del proprio Figlio morto. Con tutto questo Maria non soltanto anticipa le beatitudini dei poveri, afflitti, perseguitati del Discorso della montagna ma le ha anche sperimentare personalmente (Mt 5,2-12; Lc 6,20-26), per questo è icona di quanti soffrono chiusi dai muri dell’egoismo e del razzismo, ma anche, come canta l’Akathistos, che esorta a stare in piedi perché noi siamo figli della Resurrezione e come Gesù rotolò via la pesante pietra, noi possiamo far crollare tutti i muri.
Aniello Clemente

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