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Il fantastico mondo dell’adolescenza a Sorrento. La riflessione di Aniello Clemente

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Si è svolto oggi, 19 ottobre 2019, al Teatro Tasso, il Convegno scientifico “La società degli adolescenti”, grazie alla “Società di Medicina dell’Adolescenza”, rappresentata dalla dott.ssa Gabriella Pozzobon e alla “Consulta Sanità” del Comune di Sorrento, rappresentata dal dott. Costantino Astarita, il tutto sapientemente orchestrato e organizzato dal dott. Carlo Alfaro e Luca De Farnciscis. Tanti Istituti, Enti, Associazioni hanno patrocinato l’evento, tra le quali anche l’Istituto di Cultura «Torquato Tasso», per questo mi son sentito di dare il mio contributo rivolgendo ai ragazzi una breve riflessione che qui trascrivo in modo più articolato. Cari giovani, oh, non mi interessa sapere di dove siete e quale dialetto parlate, “padani” o “terroni”, pensate davvero che è qui la differenza? Vi vedo: ebbri di vivere, eppure passate i pomeriggi seduti sui motorini, a cavalcioni sul muretto, a fumare…, a spettegolare, senza progettualità, senza immaginare che nel vostro futuro, tra di voi, ci saranno cinquantenni (forse anche meno) alle prese con mutui, mogli non più amiche, divorzi e separazioni, figli che dovranno essere genitori di mamme botulinate e padri affetti da sindrome da Peter Pan. Nel frattempo siete lì, sembrate apatici, assetati di nulla, aspettando che qualcosa succeda. Sembrate, ho scritto, perché nel cuore di ognuno di voi, relegato nella punta rivolta a sinistra, c’è l’aspettativa di qualcosa di nuovo, di qualcosa che vi strappi da quell’edera invischiante, che, però, è qualcosa di cui avete paura di parlare, perché un questa solidarietà si manifesta spesso in quella che viene chiamata crisi di originalità. Sceglie per il vostro comportamento condotte che vi distinguano da tutti gli altri, che può distinguervi dagli adulti. Ecco perché forse non è la paura che vi impedisce di parlare dei vostri sentimenti, delle vostre emozioni, delle vostre attese, ma la vergogna, perché è qualcosa di “antico”, come l’incontro di uno sguardo, una mano che ti sfiora o ti aggiusta la ciocca di capelli, un bacio a fior di labbra. L’attesa di Adamo fino a quando non incontra Eva, l’attesa dei vostri nonni, dei vostri genitori, l’attesa che non ha mai abbandonato i giovani di ogni parte del mondo. Forse prima l’incontro era frutto di un’estenuante ricerca, ci si incamminava verso l’altro, a volte solo per vederlo senza parlargli perché le convenzioni lo proibivano. Sono stati versati fiumi di inchiostro per fare sapere all’amata lo strazio del cuore, lettere «scarlatte» per il vigore contenuto o per il sangue versato, come quella letta dallo spavaldo Cyrano, ma troppo timido per rivelarsi a Rossana. Oggi si affida tutto al telefonino, al tablet, al computer. Un clic seguito da icone più o meno allusive e la dichiarazione è fatta, e si vive per quel fastidioso suono che ne avvisa la risposta. Tutto corre ormai sul filo di fibre ottiche eppure s’impazzisce quando il messaggio tarda ad arrivare. Sì, perché comunque è una “parola” che è stata “detta” e deve essere accolta. Non ci sono sentieri tracciati via etere che non siano già tracciati nel cuore. Nell’era dei social, dove tutto è caleidoscopicamente mutevole, dove tutto sembra a portata di mano, se la risposta non arriva si rivive il patos degli amanti di dantesca memoria, di quanti hanno sbiadite le foto dell’amato con lacrime difficili da rimandare indietro. Come aiutarvi? Non ho ricette, ma per quanto scritto fin qui una cosa la so per certa: «Ci sono solo due lasciti inesauribili che dobbiamo sperare di trasmettere ai nostri figli: delle radici e delle ali» (Harding Carter).
Aniello Clemente

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