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«Summus Ius, summa iniuria»: l’Italia non è un paese per donne (specialmente incinte)

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«Summus Ius, summa iniuria», (“Massima applicazione della legge, massima ingiustizia”), Cicerone (De officiis, liber I, 10, 33); ma già in Terenzio (Heautontimorumenos, IV, 5) troviamo qualcosa di analogo: «Ius summum saepe summa est malitia» (“Somma giustizia equivale spesso a somma malizia”), segno che si sentiva forte che un’applicazione acritica del diritto, che non tenga conto delle circostanze e delle finalità a cui esse dovrebbero tendere, ne uccide lo spirito e può facilmente portare a commettere ingiustizie o addirittura costituire strumento per perpetrare l’ingiustizia. Ne è l’ennesima riprova ciò che è accaduto alla ventottenne napoletana, Federica, che ha sperimentato sulla propria pelle la becera applicazione di una norma. Incinta, ormai quasi agli sgoccioli, passeggiando per via Colli Aminei, viene colta dalle doglie e senza por tempo in mezzo s’infila nel bus che sale verso l’ospedale Cardarelli, lì vicino. È da premettere che, spesso, è affollato oltre l’inverosimile perché è l’unico che collega la zona centro con il più grande ospedale del Meridione. Già prima del Museo arriva quasi pieno e poi, mentre sale per Capodimonte, “imbarca” sempre più gente, che, spesso, raggiunge i propri cari, familiari, amici, in ospedale. Dovrebbe essere, quindi, pieno di gente disperata, angosciata, rassegnata, se non fosse per il mezzo di trasporto diverso, sembreremmo tutti “migranti” e, invece, finisce col riconoscersi quasi tutti e dopo i saluti, le informazioni sulla famiglia, ci si conforta a vicenda coi progressi fatti dai malati. Spesso si deve andare in ospedale di mattina e pomeriggio e quasi 5 euro possono essere tanti per chi stenta ad arrivare a fine mese. E allora li vedi assiepati vicino alla macchinetta obliteratrice pronti a timbrare appena si profila l’ombra del controllore. Non tutti ce la fanno in tempo e non tutti sono provvisti di biglietto e allora quello che fa la voce grossa scende imprecando senza beccarsi la multa, stessa sorte per gli extra comunitari ai quali è inutile verbalizzare, e allora chi multare? “A vicchiarella” o… Federica! Qui potrei riempire pagine e pagine sui tanti perché il senso della Stato non attecchisce facilmente in Meridione, ma ricordo solo per chi storce il muso a questa mia benevola analisi di non dimenticare mai il motto: «Ci avete voluti sudditi: ci avete fatto briganti!». “Nun ce vuleva ‘a zincara, p’adduvinà” che Federica era in preda alle doglie del parto e vorrei chiedere al solerte controllore come si sarebbe comportato se ci fosse stata lì sua sorella, sua nipote, una sua conoscente. Nicola Pascale, amministratore Unico di Anm ha dichiarato pubblicamente d’interessarsi del caso e noi confidiamo nel suo intervento. Alcuni testimoni avrebbero consigliato alla donna di fare ricorso contro il controllore con l’accusa di omissione di soccorso, ma io spero che, invece, si rechi in ospedale a porgere un mazzo di fiori alla neo mamma. Noi napoletani siamo “fessi” perché tre volte buoni e un semplice gesto vale più di tutto e cancella ogni incomprensione. Credo, poi, che alcuni atteggiamenti che ci stanno imbarbarendo dipendano da un lavaggio del cervello operato da chi ci vuole schierati e ubbidienti, pronti ad imbracciar fucili e baionette su bambini, donne e uomini inermi, senza, invece, educarci al rispetto dell’altro. Citavo all’inizio l’Heautontimorumenos di Terenzio, ebbene, proprio nell’atto 1, scena 1, c’è la famosa frase «Sono uomo; e di quello che è umano nulla io trovo che mi sia estraneo». Proprio perché «Summus Ius, summa iniuria», viene citata parlando del nostro territorio lascio a Cicerone il grato compito di salutarvi: «Spesso sorgono ingiustizie dal cavillo, da una troppo furba e maliziosa interpretazione della giustizia, da cui è derivato quel proverbio diffuso che dice “massima giustizia, massima ingiustizia”. Colpe di questo genere vengono spesso commesse nel diritto internazionale, come quel generale che, avendo stipulato col nemico una tregua di trenta giorni, di notte saccheggiava le campagne, perché la tregua riguardava un certo numero di giorni, non di notti. Non è da approvare neanche quel nostro concittadino, sia stato Quinto Fabio Labeone o un altro (lo so solo per sentito dire) che fu scelto dal senato come arbitro in una questione di confini tra napoletani e nolani e, andato sul posto, trattò separatamente con le due parti esortandoli a non comportarsi con avidità e prepotenza, ad accettare di ritirarsi piuttosto che voler avanzare. Avendo entrambe le parti accettato, restò in mezzo una parte di terreno. Egli dunque determinò i confini come gli interessati avevano concordato, e la parte rimasta in mezzo la aggiudicò al popolo romano. Questo è imbrogliare, non giudicare, e in ogni situazione una tale furbizia deve essere evitata».
Aniello Clemente

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