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La grande bellezza della Campania. Un viaggio sui passi di Pasolini

Circa 60 anni fà Pier Paolo Pasolini decise di visitare, a bordo della sua automobile, la Campania durante un periodo affascinante e ambizioso. Di questo suo viaggio se ne parla su un reportage a puntate sulla rivista «Successo» e molti anni più tardi un libro, entrambi intitolati La lunga strada di sabbia. Come scrive il Mattino, rifare oggi il tratto campano del viaggio, con la realtà davanti agli occhi e la prosa di Pasolini per didascalia, è molto più di un omaggio: serve a capire quanto resta dell’ultima «Italia antica», e quanto invece è scomparso e dove.
Napoli, innanzitutto. Non c’è più. Quella oleografica, che Pasolini subito coglie, rimane in certi scorci e nella tenace resistenza di una tradizione. Quella concreta del 1959, sospesa tra le ferite ancora aperte della guerra e gli albori del boom, tutto ingoiato e risputato da una vitalità autonoma, peculiare e secolare, ha cambiato ampiamente faccia. Restano certi luoghi: Ciro, La Bersagliera e Zi’ Teresa, ritrovi di palati fini a un passo da Castel dell’Ovo, e il Grand Hotel Santa Lucia a via Partenope. Resta l’acqua del porto vecchia come il mondo: più vecchia ora, testimone di un mondo nuovo. La «carambola» di via Caracciolo è più quieta e meno pittoresca: i borghesi a dondolo sulle sdraio di bar scintillanti e i «pidocchietti» che vendevano rose per dieci lire, tutti bocca e scarpe sfondate, sono spariti; nessuno più addita «scartellate» e «urtulelle» della polizia; il via-vai è dei turisti, stranieri in buona parte, che scattano foto sognando cartoline e si godono il fresco della sera. La natura quella su larga scala del Golfo e del Vesuvio resiste, e con essa una suggestione, che è forse ormai solo un mito letterario e cinematografico, un senso di secessione e teatro all’aperto e paradiso osceno che pure, malgrado tutto, continua a pompare linfa nel «ventre di Napoli».
Con Ischia è più o meno lo stesso. Esiste ancora, o meglio esiste di nuovo, da pochi anni, l’Hotel Savoia in cui Pasolini alloggiò nel luglio del 1959. Costruzione elegantissima appena a ridosso del porto di Casamicciola, sembra ritagliarsi un pezzo di quella pace incantata, quella «età di Narciso», che lo scrittore attribuiva all’intero Meridione. Ci sono, pure, i caratteristici ristoranti su palafitte, affacciati sul mare isolano: tettoie a proteggere da sole e pioggia e tavoli azzurri a fare pendant col blu cobalto delle onde. C’è, manco a dirlo, l’albergo termale Regina Isabella a Lacco Ameno, fondato da Angelo Rizzoli negli anni Cinquanta. Lustro e impeccabile, conserva gli «archi moreschi» e la facciata «pseudo-neoclassica» delle terme: a mancare sono il «conte Visconti», i divi di Hollywood, la brigata di attori nostrani premiati allora al Saracino. In compenso la folla di turisti è cresciuta, i prezzi delle pensioni sono passati da 3.000 lire a qualche centinaio d’euro e luoghi come Panza e Sant’Angelo non sono più «villaggi isolati e beduini». La dolcezza di Ischia è ancora strabiliante ma forse non è più possibile, almeno d’estate, «vivere senza fatica».
Capri vale un discorso a sé. Niente sembra cambiato nell’isola, già allora «invasa», e oggi come allora si trova relativa quiete dove il paesaggio si slarga e si appiattisce, nella zona di Anacapri. L’approccio artigianale al turismo di massa si è evoluto ma ancora, a tendere l’orecchio, si percepisce sotto il clamore dei vacanzieri un battito autonomo dell’isola, una vita che prova a rimanere «pura» (bella o brutta che sia), rituale. La Grotta Azzurra, magistralmente descritta da Pasolini, è ancora e forse sarà sempre «un buco stretto» che dà accesso a «un cupolone». «Niente è mai bello come lo si aspetta, e tutto è più bello di quello che si aspetta». Nella grotta che poco promette «si ha l’impressione di galleggiare su una lastra di luce, più alta del mare esterno, illuminata dal di sotto da fari di un chiarore duro, glauco, di mercurio».
Scendendo da Napoli, le «casacce arancioni, marroni, terree» della periferia cittadina sono le stesse che, in treno, si vedono stagliate contro il Vesuvio. Ravello (pur spogliata di un certo splendore «claustrale») resta il salotto elegante della Costiera Amalfitana. A Vallo della Lucania, dove Pasolini incontra il cuore antico del Cilento (già in preda a un fremito di ingrandimento, ma non abbastanza da offrire una camera d’albergo alle due di notte), il boom ha lasciato segni permanenti: il commercio ha eretto palazzi moderni intorno a quelli del Settecento; l’albergo Risorgimento, in cui invano Pasolini cercava alloggio, è scomparso nella transizione come lo spettro che già sembra nel racconto. «L’umile spiaggetta» di Sapri è ancora lì, rosa dal mare, più risicata; ma sulla battigia i «borghesi indegni», refuso per «indigeni» (come si evince dal dattiloscritto originale), sono stati travolti da orde di vacanzieri di ogni estrazione.
Non c’è più la lunga estate vissuta in macchina da Pasolini e si sono alterati i confini sociali. Quello che il tempo non tocca è la «costa tremenda» che porta a Maratea: lo «schema sorrentino riempito da un concreto inferno» per produrre un risultato «ossessivo e stupendo». Per le rocce a picco, i canyon imponenti e incombenti, sessant’anni sono un istante.

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