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Gli schiavi sono gli sbagli dei re (K. Gibran)

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In merito all’articolo di ieri sui rapporti U.S.A.-Iran, mentre diventa sempre più problematico il rapporto tra i due Stati, desidero condividere con voi alcune mie riflessioni in merito, ma non avendo l’acume e la preparazione di Fabrizio Maronta, che invitiamo con gioia per qualche altra piacevole conferenza, lo farò come semplice teologo che aspira al dialogo reciproco senza preconcetti di sorta. Sappiamo che è insito nella cultura giuridica e nel costume dei popoli che chi rompe un patto ne paga le conseguenze. Venir meno a un accordo comporta delle conseguenze oggettive di cui deve farsi carico chi ha prodotto il danno. Ma credo che il venir meno di Trump ai patti interessi tutti e ci debba far riflettere sul fatto che «Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli» (Martin Luther King). Forse perché, ogni tanto, nasce un politico col mito di Narciso, pensando di essere il “marchese del Grillo” per cui «lui è lui e noi non siamo un …» o forse per la smania di potere e di denaro. «“Rabbì, che cosa pensi del denaro?” chiese un giovane al maestro. “Guarda dalla finestra”, disse il maestro,” cosa vedi?”. “Vedo una donna con un bambino, una carrozza trainata da due cavalli e un contadino che va al mercato”. “Bene. Adesso guarda nello specchio. Che cosa vedi?”. “Che cosa vuoi che veda rabbì? Me stesso, naturalmente”. “Ora pensa: la finestra è fatta di vetro e anche lo specchio è fatto di vetro. Basta un sottilissimo strato d’argento sul vetro e l’uomo vede solo se stesso”. Siamo circondati da persone che hanno trasformato in specchi le loro finestre. Credono di guardare fuori e continuano a contemplare se stessi». E ne hanno una visione distorta perché, forse, non sanno amare le proprie imperfezioni, fisiche o morali. Ogni giorno, un contadino portava l’acqua dalla sorgente al villaggio in due grosse anfore che legava sulla groppa dell’asino, che gli trotterellava accanto. Una delle anfore, vecchia e piena di fessure, durante il viaggio, perdeva acqua. L’altra, nuova e perfetta, conservava tutto il contenuto senza perderne neppure una goccia. L’anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto più che l’anfora nuova non perdeva l’occasione di far notare la sua perfezione: “Non perdo neanche una stilla d’acqua, io!”. Un mattino, la vecchia anfora si confidò con il padrone: “Lo sai, sono cosciente dei miei limiti. Sprechi tempo, fatica e soldi per colpa mia. Quando arriviamo al villaggio io sono mezza vuota. Perdona la mia debolezza e le mie ferite”. Il giorno dopo, durante il viaggio, il padrone si rivolse all’anfora screpolata e le disse: “Guarda il bordo della strada”. “E’ bellissimo, pieno di fiori”. “Solo grazie a te”, disse il padrone. “Sei tu che ogni giorno innaffi il bordo della strada. Io ho comprato un pacchetto di semi di fiori e li ho seminati lungo la strada, e senza saperlo e senza volerlo, tu li innaffi ogni giorno…”. Siamo tutti pieni di ferite e screpolature, ma se lo vogliamo, Dio sa fare meraviglie con le nostre imperfezioni. Non ci credete? Ebbene sa fare così tanto con le nostre imperfezioni che ci trasforma in tanti “uomini di Cirene”, pronti a portare le croci altrui e anche oltre. L’amore misericordioso di Dio (agápê) che Gesù ha annunciato e incarnato non è l’amore della reciprocità, ma l’amore preveniente e incondizionato, asimmetrico. La sua forma più perfetta è quella dell’amore per i nemici. Si tratta dell’amore creativo che ci rende responsabili nei confronti dell’altro, chiunque egli sia. Chi risponde al male con il bene non si limita a reagire, ma produce qualcosa di nuovo. «Quando si amano i nemici non ci si chiede più come difendersi da essi, in che modo scoraggiarli dall’attaccare, quando invece come toglier loro questi sentimenti di inimicizia […]. Questo modo di amare, dunque, è tutt’altro che etica dei sentimenti, ma vera e propria etica di responsabilità» . Si tratta di fare proprio il criterio cui s’ispira il “Discorso della Montagna”, ossia quello della figliolanza, dove Dio “fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e piovere sui giusti e sugli ingiusti”, dando vita e sostentamento a ogni cosa (cf. Mt 5,44-45). La Storia è costellata dall’universalità delle concause: se il battito di ali della farfalla a Pechino provoca un uragano a New York, a cosa ricondurre la scintilla di una guerra o di una rivoluzione? Come ricordava Galileo Galilei: «Le cose sono unite da legami invisibili. Non puoi cogliere un fiore senza turbare una stella». Allora cogliamo fiori per coloro che amiamo, teniamoci per mano guardando il cielo stellato e, come se fosse il dieci agosto, esprimiamo desideri di pace e di amore.
Aniello Clemente

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