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COLLEZIONE MAGNA GRECIA

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Pochi musei al mondo possono vantare, come il Museo archeologico di Napoli, intere collezioni che esprimono uno spirito identitario che affonda le sue radici in millenari incontri di civiltà. Oggi, Paolo Giulierini ha restituito a Napoli una grande fetta della sua identità storica con la riapertura della collezione della Magna Grecia. Un’impresa, diciamolo subito, di non poco conto. Un progetto portato a termine anche utilizzando risorse già presenti, in un percorso scientifico avviato ma concluso con estrema competenza da quella che si può definire la vera, inattesa star dell’evento: Marialucia Giacco. La dolce e silenziosa funzionaria, grazie al progetto allestitivo di Andrea Mandara e la collaborazione dell’architetto Claudia Pescatori, ha realizzato un autentico capolavoro scientifico fino ad un certo punto sorprendente, per chi non ne conosceva tenacia e competenza.
La collezione, restituita dopo oltre venti anni di oblio, è uno scintillante caleidoscopio di storia dell’antico Meridione italiano, un tuffo nelle radici più profonde della nostra civiltà fatta di uomini giunti dal mare che incontrano uomini che vivono sul mare. Una visione panoramica in cui oltre 400 opere segnano un itinerario diacronico totalmente immersivo negli aspetti moteplici delle società del Sud Italia preromano. Ognuna delle quattordici sale raccontano un tema, raccolto attorno alle figure di grandi archeologi che hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia degli scavi e degli studi magnogreci. Il primo ricordo, in tal senso, non può che andare ad Enzo Lippolis, scomparso prematuramente l’anno scorso, a cui è dedicato l’intero progetto allestitivo e che, dopo una breve introduzione alla storia della collezione, si sofferma nella prima sala sul fenomeno della colonizzazione, di cui si prendono in esame soprattutto gli apporti culturali dei primi insediamenti di Pithekoussai e Cuma. Segue la religione, come fenomeno fondativo di nuove culture dal carattere sincretico e di forte innovazione. I luoghi del sacro, con la maestosità dei templi di Paestum; l’arte del banchetto e del simposio con le sue ritualità formalizzate, codificate in regole dettate da società aristocratiche. Si passa, poi, agli splendidi contesti funerari di Ruvo, Poseidonia-Paestum, Canosa, per finire con l’avvento di Roma in Campania analizzato attraverso gli esempi di Cales e Nola. Il percorso espositivo, così ricco di rimandi alla evoluzione storica di una civiltà che può dirsi alla base dello stesso concetto di coesistenza nella complessità, è un formidabile filo rosso che tiene insieme opere straordinarie che si fa fatica a citare tutte. Ma come non ricordare le celeberrime Danzatrici di Ruvo sistemate, in un moto circolare, sulle pareti della “vertiginosa” sala del mosaico del Belvedere della Villa dei Papiri. Gli elmi corinzi, l’espressivo rhyton in terracotta a forma di testa di asino, le stupefacenti oreficerie di Taranto, Ruvo, Cuma, Canosa. Il cratere a volute apulo a figure rosse di Altamura. La spettacolare serie di lastre dipinte della tomba della collezione Carafa di Noja, l’Hydria Vivenzio, le Tavole di Eraclea. Tuttavia, la splendida collezione appena restituita all’ammirazione dei visitatori, pare quasi farsi rubare l’occhio dalla meraviglia che gli “imbabbucciati” piedi degli stessi visitatori sono costretti a calpestare: magnifici pavimenti in sectilia e opus tessellatum costituiscono, forse, la grande novità dell’intero allestimento. Non è da tutti i musei del mondo consentire ai visitatori di visitare una delle sue collezioni più pregiate calpestandone un’altra. Sì perché Giulierini, non pago di sorprese, ha voluto strabiliare facendo scoprire l’intera serie di pavimenti musivi che dal principio del XIX secolo decorano le stanze di questo lato del museo. Uno spettacolo degno di ammirazione, passo dopo passo. Sono pavimenti staccati dalle località vesuviane sepolte dal Vesuvio nel 79 d.C., ma anche dalle ville imperiali di Capri e addirittura da Lucera con lo splendido medaglione con testa di Medusa. Tappeti di pietra che incantano per i colori ma anche per i temi figurati, alcuni di assoluta novità. Scelta non semplice quella di aver voluto stupire con l’ennesimo effetto speciale, ma sostenuta dalla bravura di Luigi e Pasquale Musella, nonché dell’intero Ufficio Restauro. Un lavoro di grande sinergia, quello che si è concluso stasera sotto gli occhi ammirati di tanta gente intervenuta all’inaugurazione. Uno sforzo per il quale meritano di essere citati, a seconda delle competenze messe in campo, Floriana Miele, Paola Rubino, Mariateresa Operetto, Michele Antonio Iacobellis, Antonio Scognamiglio, Francesca Pavese, Lucia EmilioAntonella Carlo. Ma, come sempre, ora la parola passa al “campo”: siamo certi dell’ennesimo successo del Mann che, tuttavia, è atteso nei prossimi anni da sfide ancora più ardue. In ultima quella di ridare finalmente dignità alle sue collezioni più celebri: quelle raccolte pompeiane che da sole, è bene sempre ricordarlo, hanno un richiamo planetario. Basta poco, pochissimo, perché il cerchio si chiuda. Io sono fiducioso.

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Giuseppe Di Leva

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