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Iolanda, quegli occhi accusano tutti noi . Ieri i funerali. Il parroco “Chiediamo perdono”

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Quegli occhi spalancati fanno rabbrividire. A vederli sembrano chiedere aiuto, accusano tutti noi di non avergliene dato, sembrano occhi di una aliena  che si chiedono il perchè è arrivata in questo mondo per subire tutto questo.

Ieri i funerali per la bambina di Sant’Egidio portata al comitero di Pagani. Trasportata in un feretro bianco. Semplice, essenziale. Fin troppo grande, forse, per il suo corpicino. Ad attendere Jolanda non c’è la solita folla dei curiosi. In pochi sapevano che ieri mattina si sarebbe tenuto il rito funebre, organizzato in forma privata. Nella piccola cappella cimiteriale l’accesso è infatti, riservato solo ai familiari. Sono una quarantina in tutto. Nonni, zie, zii, cugini e qualche amico stretto di famiglia. Ci sono anche i sindaci di Pagani e Sant’Egidio del Monte Albino, Alberico Gambino e Nunzio Carpentieri. Tutti raccolti lì, in silenziosa attesa del feretro. C’è anche Imma Monti, la mamma della piccola. In lacrime, volto visibilmente affranto, aspetta l’arrivo della piccola Jolanda, la bambola del quartiere di via Santissimi Martiri. Lei è indagata per la morte della figlia ma è comunque lì, quasi a rivendicare il suo ruolo di mamma.
LA TENSIONETra i parenti c’è una donna che la blocca, fissandola con uno sguardo rabbioso; non vuole che Imma entri nella cappella dove è appena stato sistemato il piccolo feretro bianco. «Te ne devi andare via, vergognati». Lei, Imma, non si scompone e si dirige dritta verso l’altare. Intervengono gli agenti della polizia per richiamare i presenti al silenzio e consentire alla mamma di prendere posto al primo banco. La cerimonia, da quel momento in poi, prosegue in un composto silenzio. Tutti assorti e attenti ad ascoltare le parole di monsignor Giuseppe Giudice, vescovo di Nocera Inferiore-Sarno, cui spetta il compito di celebrare la cerimonia religiosa. Chiaro e incisivo è il suo messaggio: nell’omelia richiama a «riscoprire la pace, il valore della vita e della convivenza affinché ciò che è accaduto non succeda mai più», chiedendo perdono a Jolanda a nome di tutti. Lei, la mamma indagata, è impietrita, in prima fila. Stringe al petto una foto di Joly, e continua a fissare il feretro. Si avvicina per abbracciarlo, piangendo. Qualcuno le dà conforto, le sistema una sedia accanto alla piccola bara bianca, per farla sedere, lì, vicino alla sua bambina. Nessun altro le si accanisce contro, nessun altro accenna polemiche, lasciando che la cerimonia termini e che il feretro lasci la piccola cappella. Qualcuno, all’esterno, terminata la funzione, si chiede il motivo di quella presenza. «Con quale faccia si è presentata?», dice una donna. «È anche colpa sua se la figlia è morta, perché lei non ha fatto nulla per difenderla». Per la gente, insomma, anche lei è colpevole quanto il marito. Dall’autopsia sarebbe emerso con chiarezza che Jolanda è stata uccisa; che qualcuno le ha fatto del male; che quelle lesioni trovate sul suo corpicino sono segni di violenza; che chi avrebbe dovuto difendere e tutelare quella bambina di otto mesi, non l’ha fatto. Eppure, la mamma della piccola aveva allertato i servizi sociali.
LE INDAGINIStamattina, al tribunale di Nocera Inferiore, è prevista l’udienza di convalida del fermo per omicidio volontario emesso domenica pomeriggio nei confronti di Giuseppe Passariello, padre di Jolanda, indiziato di ripetuti maltrattamenti che avrebbero causato la morte della bimba, quale conseguenza delle lesioni riportate, aggravate dall’omissione dei soccorsi. Non si esclude che il gip possa adottare ulteriori provvedimenti. E non si esclude che la posizione della mamma della bambina, attualmente indagata per concorso nella commissione dello stesso reato, possa complicarsi ulteriormente. In sede di interrogatorio la donna avrebbe più volte accusato il marito, confermando i maltrattamenti e le violenze sulla figlia e raccontando di un padre che non voleva quella bambina e che avrebbe perso il controllo quando ha saputo che la piccola aveva quel problema neurologico agli arti superiori, tanto da scappare dalla comunità di recupero per ritornare a casa, a Sant’Egidio del Monte Albino.

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