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Il racconto di Deborah “Ho ucciso mio padre per salvare mamma”

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Una storia sconvolgente questa raccontata oggi da tutti i media, poteva essere l’ennesimo caso di femminicidio, è andata in maniera diversa, ma rimane la tragedia . «Papà teneva mamma per il collo, la stava per strozzare. Allora, ho avuto paura, ho preso il coltello dalla tasca del pigiama e gliel’ho puntato sotto il mento. Gli ho detto: fermati lasciala stare, basta papà. Ma lui si è mosso e la lama si è infilzata sotto l’orecchio destro». Deborah è sconvolta mentre ricostruisce quegli ultimi attimi di vita del padre, Lorenzo Sciacquatori, 41 anni. Solo quando nella caserma dei carabinieri di Monterotondo arriva anche il pm Filippo Guerra, viene a sapere che il padre è morto in ospedale. «Sono un mostro, che ho fatto, mi assumo ogni responsabilità», si asciuga le lacrime. Gli inquirenti dopo due giorni dal fattaccio, però, hanno pochi dubbi sulla dinamica: la liceale di 19 anni non ha commesso un omicidio. Al massimo ha agito per eccesso colposo di legittima difesa e le revocano i domiciliari: libera.
LE BOTTE
Tra 15 giorni il procuratore capo di Tivoli, Francesco Menditto, riceverà l’esito dell’autopsia e non è escluso che la ragazza venga completamente scagionata, senza nemmeno finire a processo. Il racconto della ragazza ha convinto gli investigatori. «Papà era rientrato a casa alle 4.50 della notte ubriaco e drogato, senza bussare, ha sferrato calci e pugni contro la porta. Vi ammazzo puttane, vi sdrumo, gridava. Se l’è presa anche con zia Nadia e zia Katya che era venuta dall’Abruzzo per assistere nonna, una l’ha picchiata. Io ero terrorizzata e mi sono chiusa in camera con nonna che dopo l’ischemia non ci vede più. Ho guardato il cofanetto di cartone dove c’erano i 7 coltelli che appartenevano alla collezione di mio nonno, morto nel 2002. Non l’avevo mai fatto prima, ma ne ho preso uno, quello a farfalla e me lo sono messo in tasca». Intanto Lorenzo è una furia. «Ha riempito di botte mamma e le ha ordinato di uscire a comprare due birre. Lei era succube, schiava di papà, ma l’ha fatto sperando che si calmasse».
Le donne di casa scendono nell’androne. «Le zie se ne vanno – racconta Deborah agli investigatori -, mamma, nonna e io restiamo fuori. Ma papà da sopra urlava di rientrare, sono io che comando, ripeteva. Poi è sceso, ha strattonato nonna, a quel punto mamma ha reagito. Ha provato a dargli uno schiaffo ma lui, che è un pugile, l’ha schivato e come un fulmine le ha mollato un gancio in faccia, quindi con il braccio l’ha afferrata da dietro, per il collo. Aveva gli occhi rossi e gonfi come quando si fa di coca, cosa che mi terrorizza. Io ho tirato fuori il coltello per farlo desistere». Sciacquatori, già in cura al Sert, quando assumeva la droga si muoveva a scatti, una sorta di tic amplificato dai colpi ricevuti sul ring, noto persino agli stessi carabinieri che lo avevano già arrestato quattro anni fa.
GLI INCUBI NELLA NOTTE
Deborah ripercorre l’inferno che viveva nella casa popolare di via Aldo Moro, allo Scalo. «Sono stata felice sono nei primi due anni di vita, poi la morte di nonno ha cambiato tutto. Lui era l’unico che teneva a bada mio padre». Spiega agli uomini del capitano Salvatore Ferraro e al magistrato che «ogni sacrosanta notte che andavo a dormire facevo un incubo: mio padre veniva nel sonno a ucciderci tutte, me, mamma e nonna». Rivela ciò che aveva sempre tenuto nascosto alle insegnanti e ai compagni di scuola, perché di quel padre si vergognava: «Era come se vivessi all’inferno. Quando è uscito di galera pensavamo che si sarebbe comportato meglio. Invece, ogni momento sereno che io vivevo veniva rovinato solo al pensiero di tornare a casa. Ho sempre desiderato di andare via». Per Deborah l’unica salvezza era la scuola.
«Ci tengo molto al diploma, so che solo studiando potrò cambiare vita. Ma il mio unico cruccio è sempre stato per mia madre e mia nonna, loro non potevano andarsene. E ora con gli esami di maturità come farò?». Più che violenza fisica nei suoi confronti «era una continua violenza psicologica». Ricorda quando «vedevo le scene di aggressione e mio padre andava in escandescenza, allora mia zia Nadia che abita vicino a noi mi portava via di casa». La diciannovenne confida di essersi fatta forza in tutti questi anni «solo grazie al sostegno delle mie zie e di pochi fidati amici» e che «la sola cosa positiva che mi ha trasmesso mio padre è la passione per la boxe».
Alessia Marani
Giuseppe Scarpa

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