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Lo slancio visionario di Desiderio

In una sala Pasolini sold out Claudio Di Palma e Ciro Damiano hanno ancora incantato il pubblico con Shakespea Re di Napoli

Di ARISTIDE FIORE

Sposare l’intensità e la ricchezza del napoletano seicentesco alla dolcezza melodiosa dei versi del Bardo d’oltremanica è un’operazione convincente, capace di suscitare intense emozioni. Lo hanno dimostrato, ancora una volta lo scorso sabato a Salerno, Claudio Di Palma e Ciro Damiano, riproponendo in una gremita Sala Pasolini “Shakespea Re di Napoli”, scritto e diretto da Ruggero Cappuccio: uno spettacolo che, ormai da un quarto di secolo, riscuote sempre grande successo, traendo forza dal contrasto tra lo slancio visionario di uno dei due protagonisti e la reazione scettica dell’altro. Agli albori del Secolo d’oro, a Desiderio (Di Palma), appena scampato a un naufragio su una spiaggia di Posillipo, non resta che racchiudere il proprio amaro destino in una cornice di parole che ne nobiliti la figura, prima della fine, e mostrare fino all’ultimo istante ciò che è stato o che avrebbe voluto essere. Ancora una volta gli riesce facile coinvolgere in un piano strampalato il suo anziano compare Zoroastro (Damiano), il quale, come quando lo trovò, neonato, in una barca sfondata su una spiaggia, si è di nuovo preso cura di lui. Dall’entrata in scena di quest’ultimo, in abiti femminili per un fallito tentativo di introdursi nella sede vicereale durante una festa carnevalesca, si palesa il doppio registro sul quale è sviluppato il dramma, in perfetto equilibrio tra rievocazione sognante del passato e avventura picaresca. La ragione che ha spinto i due ex commedianti a nascondersi in uno scantinato del palazzo sarà svelata, in tutta la sua disarmante realtà, solo alla fine. Desiderio è condannato. Un male ne consuma le forze. Ciononostante si rianima non appena l’entusiasmo per il progresso del suo progetto segreto lo sostiene, fino a capovolgere momentaneamente i ruoli e acquistare lo stesso atteggiamento beffardo e diffidente di Zoroastro, canzonandolo fino al punto di simulare più volte la propria morte, per dimostrare che la sua incredulità è indotta dal pregiudizio. Indubbiamente però, la miglior prova di questa interpretazione è offerta allorquando, con la voce rotta dalla tosse, il respiro corto, la gola seccata dalla febbre, Desiderio narra la favolosa fuga notturna verso Londra, la nuova vita che l’attendeva laggiù, nell’impersonare le eroine delle tragedie shakespeariane davanti al commosso pubblico del Globe, l’ebbrezza dell’applauso, e infine la passione del poeta per la sua grazia efebica. Lo Zoroastro di Damiano offre un saggio eccellente della sterminata eredità del teatro comico napoletano. Unendo le sue doti istrioniche alla ricchezza lessicale del napoletano antico che permea il testo, dà vita a una maschera triste capace di strappare risate irrefrenabili o di rendere tangibile la condizione di chi si arrangia vivendo di espedienti e affrontando il quotidiano scontro coi superiori, con le autorità. I ripetuti passaggi dal registro aulico a quello popolaresco, che sono la forza di quest’opera, evocano il dualismo di un’epoca e di una città quanto mai in bilico tra preziosi tessuti e stracci, tra l’oro e lo strame, riflesso, in forma appena attenuata, nel ricordo pieno di languore della Londra elisabettiana, in seguito devastata dalla pestilenza che avrebbe determinato il ritorno in patria di Desiderio. Questi, nel tentativo di convincere finalmente l’incredulo amico della veridicità del suo racconto, non ha più altro da fare che mostrargli finalmente il contenuto di un misterioso baule al quale sembra tenere moltissimo. Dal fondo della cassa, pieno d’acqua salmastra per effetto del naufragio, estrae delle carte vergate da un inchiostro ormai scolorito, quasi illeggibili: sembrerebbero componimenti in versi. L’allusione ai 154 sonetti di William Shakespeare è chiara, ma la rivelazione non sortisce l’effetto sperato. L’epilogo si avvicina attraverso un atto temerario: Desiderio intende recuperare la copia di un suo presunto ritratto dipinto a Londra, che sarebbe stata appena recapitata al vicerè, nella cassa intravista da Zoroastro nel suo maldestro tentativo di intrufolarsi a corte. Al suo ritorno con un carico pesante, viene svelato il mistero su cui è imperniato il dramma: nell’invenzione di Cappuccio, il misterioso dedicatario di quei versi, che il poeta volle indicare solo con le iniziali “W. H.”, altri non sarebbe che lo stesso Desiderio (“will” in inglese), l’amato giovane (“H” starebbe per “heart”, cuore) prelevato a Napoli dall’ospite illustre, con la complicità del vicerè. Solo per pietà Zoroastro si mostra infine disposto a credere a tutta la storia, ma ormai non gli resta altro che assecondare il delirio di un moribondo, mentre l’altro si lascia andare mormorando le parole di Desdemona e Lady Macbeth. Desiderio spira dietro una cornice vuota, impersonando il proprio ritratto. Le prove di una verità sognata sono fatte della stessa materia.

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