Positano News - Notizie della Costiera Amalfitana Penisola Sorrentina Campania - Positano News

Le mitografie di Sergio e Marco Vecchio

Stasera, alle ore 18 vernissage della mostra ospite del Museo Provinciale di Salerno, curata da Raffaele D’Andria e Gabriella Taddeo

Di OLGA CHIEFFI

Questa sera, a partire dalle ore 18,00, presso il Museo Archeologico Provinciale di Salerno, si terrà l’inaugurazione della bipersonale di Sergio e Marco Vecchio “Mitografie” che si protrarrà fino al 9 aprile. A tagliare il nastro il Presidente della Provincia Michele Strianese. Saranno presenti Roberto Fedele, per la Fondazione Ezio De Felice, inoltre il Consigliere Politico del Presidente della Provincia di Salerno per le Politiche Culturali educative e scolastiche Mariarosaria Vitiello, il Dirigente del Settore Musei, Biblioteche e Pinacoteche, Ciro Castaldo, i due curatori Raffaele D’Andria e Gabriella Taddeo che illustreranno l’essenza  della mostra. I segni di Sergio e Marco Vecchio s’incontreranno in uno dei luoghi che ha ispirato il loro essere artisti ed è altamente ispirante per quanti andranno a confrontare l’evoluzione della creazione dei nostri due pittori. Il mondo di Sergio, le sue figure, le dee, le bufale sono apparizioni che emergono nello spazio delle attese e del buio delle cose e ne rompono l’equilibrio, fissando l’evento e il racconto. Gli azzurri sono azzurri di una notte appena calata, illuminata dalla luna; i rossi, tramonti fiammeggianti sulla pianura e sui templi di Paestum.  Gli animali – bufali, cani, uccelli – ci guardano coi loro occhi gialli carichi di stupore, mentre le figure umane, immobili e spesso cieche, sono superstiti di epoche remote. Tutto si lega e si slega in modo necessario, le sorti, sullo stesso terreno del mondo compiono il loro romanzo, simbolo della passione dei suoi più remoti pensieri. Le masse figurali non hanno necessità d’essere destrutturate: l’energia è unica e tutta interna e non può giungere alla forzatura, alla deformazione, alla caricatura; questo spazio specifico è la condizione formale di quella stabilità dell’immagine o di quella distribuzione della materia dei pieni e dei vuoti, che è il segno di Sergio Vecchio. La tecnica diventa emozione “fattiva” che la natura insegna solo se trasferita nella zona “crepuscolare” della memoria, dove il documento si trasforma in sogno. Un sogno della dea la quale, insieme ai suoi animali, sa di non doverne mai svelare l’enigma, di non sollevare il velo di un passato già violato, per salvarlo da sguardi di occhi che non sanno più vedere. Il figlio Marco, invece artista e performer visivo-musicale, da un ventennio si è imposto anch’esso sulla scena dell’arte contemporanea, ma oltre alla pittura ha scelto anche l’interior – design, quello stesso mondo lo vive, lo sugge, istante per istante, volendone rendere partecipi tutto e tutti, lasciandolo esplodere in ogni dove, dal vetro, al tavolo, dalla tela alla ceramica, sino a decorarne con quei simboli, con quei segni, strumenti musicali, fondali di teatro. La pittura di Sergio “quella del ‘prima’, – scrive Raffaele D’Andria – esercitava i suoi motivi su una nitida perimetrazione compositiva, pur nella distinzione dei piani e delle parti, delle campiture, delle tecniche, dei colori. E la perimetrazione, ad esempio, è nell’opera ‘A zio Mario’ (1993), dove un immenso intercolumnio apre la notte a due bufale, al mistero dei loro occhi gialli; o è nell’altra, titolata ‘Negli incontri di guerra’ (2005), dove un cavallo pezzato di fuoco separa due ombre di guerrieri-eroi arcaici; o in quella ‘Senza titolo’ (2006), formatasi sul dialogo notturno tra il riverbero magnetico di un tempio e una indifferente civetta, i cui occhi bucano la tela, tra questa e una bufala, nascosta nella sua fossa di terra.(…) Il ‘dopo’ – a ben vedere – benché inclusivo, è sottilmente distinto dal ‘prima’, rappresentato dai quadri-‘cartoni’ a cui si accennava. C’è in questi uno una sorta di confine, una ‘linea d’ombra’ che documenta l’insorgenza di un pensiero altro, più interno ad una qualche teoria del linguaggio: ai suoi strumenti, tecnici e concettuali. In altri termini, il ‘dopo’ presenta quasi una sorta di ‘de-costruzione’, che è più accentuata, più spinta di quanto lo fosse nel ‘prima’, sebbene sia espressa sullo stesso registro di tensione, rivolto al silenzio mitografico, alla figurazione degli echi, alla narrazione dei riflessi”. Marco Vecchio fa i conti col suo tempo e ne rappresenta giustamente il futuro “Non un banale esotismo di maniera o di facile evasione – scrive Gabriella Taddeo –  ma ricercato linguaggio di  cromie che sembrano provenire  da terre lontane al di là dell’Oceano e di segni proiettati verso l’innovazione, emerge dalle  opere di Marco Vecchio. Il suo sguardo mediterraneo verso la Magna Grecia si allunga anche ad altri orizzonti altrettanto millenari, riattraversati acutamente fino ad attualizzarli”.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di Positano News, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.