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Le Rubriche di Positano News - CulturaNews di Maurizio Vitiello

Intervista alla brava artista Maya Pacifico, a cura di Maurizio Vitiello. foto

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Intervista di Maurizio Vitiello – Risponde la brava artista Maya Pacifico.

D – Puoi segnalare ai nostri lettori le tue origini e il tuo percorso di studi?
R – Sono un critico d’arte, mi sono laureata in storia dell’arte all’università Ca’ Foscari di Venezia. Lì, in quella città che è un museo a cielo aperto, mi sono appassionata senza ritegno e senza scampo all’arte antica e contemporanea. Ho studiato, e in un certo senso studio ancora, come un’invasata, la maggior parte dei teorici del pensiero sull’arte: da Foucault a Baudrillard, da Deleuze a Eco a Barthes e Perniola. Poi, per alcuni decenni ho collaborato come redattrice e inviata speciale con la maggior parte delle riviste specializzate in arte contemporanea. Mi sono, per così dire, fatta le ossa sul campo.

D – Puoi raccontarmi i tuoi iniziali desideri e sogni?
R – Sognavo di curare delle mostre personali di alcuni artisti da me molto ammirati come Anselm Kiefer e Gino De Dominicis, Vettor Pisani, Alighiero Boetti, Basquiat, Shirin Neshat, Balthus, Marlene Dumas. Non aveva importanza che venissero esposti in spazi pubblici o privati, ciò che mi interessava era la qualità delle opere, scegliere quelle più significative per l’artista e per la sua ricerca. Essere riuscita a realizzare queste mostre, non come modelli teorici, ma come sguardi sull’essere, sulla sua essenza e sul mistero della creazione artistica è stata la mia più grande soddisfazione.

D – Quando è iniziata la tua voglia di dipingere, insomma di costruire immagini?
R – Questa è la domanda a cui mi è più difficile rispondere. A un certo punto, nella mia vita, ho avuto una specie di rigetto per tutta quella che era la conoscenza che avevo assorbito in tanti anni di studio. Mi sono collegata con la mia parte più istintiva, più oscura e legata alla terra, alla materia, alla femminilità, all’irrazionale e all’ancestrale. Ho rifiutato il sapere, l’analisi e la scrittura come parte di un patrimonio che non mi rappresentava più, un fardello che faceva parte di una cultura patriarcale il cui unico punto di vista era quello maschile. Ho liberato la mia energia nel fare. Dovevo passare dalla teoria alla pratica: agire, creare qualcosa di concreto. In parole povere sono diventata una donna che corre con i lupi.

D – Puoi precisare i temi e i motivi delle tue ultime mostre?
R – Nelle mie ultime mostre emerge una riflessione sulla distruzione del libro come oggetto: tagliato, bruciato e sezionato in infiniti segmenti e, poi, ricomposto in una nuova forma. Ne viene fuori l’immagine che si fa del reale, la coscienza lacerata e contraddittoria dell’uomo nell’era tecnologica. Il libro come oggetto sul quale intervenire e creare, da un lato, e come depositario di una cultura millenaria, di un sapere ormai obliato, dall’altro, diventa l’elemento su cui si innesta una marcata autoreferenzialità. In questo senso la mia ricerca articola tra loro pittura, scultura e installazione ridefinendo completamente i concetti di spazio, materia e forma.

D – Ora, puoi motivare il percorso di gestazione e l’esito della tua ultimissima personale?
R – Mi sono chiesta se il pubblico avrebbe accettato la profanazione di un oggetto tanto amato come il libro. Io faccio parte di una generazione che è cresciuta leggendo Il nome della Rosa di Umberto Eco, La Biblioteca di Babele di Borges e Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Vivere questo trapasso vertiginoso da una cultura basata sulla scrittura e la parola letta a quella digitale è stato scioccante. Intere biblioteche venivano gettate ogni giorno nella spazzatura: altro che incendiare i libri proibiti! Ho cominciato a raccogliere di tutto, dalle enciclopedie alle lettere, gli archivi, i romanzi in edizione tascabile e ho pensato che potevano vivere una nuova vita, diventare qualcos’altro. Questa è stata la sfida alla base di Ex libris, la mia personale presso la galleria Paolo Bowinkel. E tutto sommato è stata ben accolta dal momento che uno dei collezionisti che ha comprato una mia opera è Giovanni Lombardi: mecenate, benefattore e imprenditore dell’azienda Tecno, quella che sta digitalizzando e restaurando il patrimonio di alcuni dei maggiori musei italiani.

D – In questo momento Napoli domina in modo dirompente l’immaginario collettivo, quanto influisce sulla tua arte?
R – E’ in un luogo stratificato come Napoli che trova ispirazione il mio lavoro. Qui, anche nel sottosuolo, è tutto un ribollire e rimescolarsi, dove tutto fluisce senza che si riesca a trattenere niente. Le passioni si consumano nell’oscurità sfolgorante di un tempo illusorio, durano quanto il palpito di una pagina di libro bruciata. Forme e significati si compongono e si disfano di continuo, governati dal caso, retti da un principio di indeterminazione piuttosto che di casualità: proprio come nelle pagine di un libro che vengono tagliate e bruciate, estrapolate, frase dopo frase, nelle superfici che compongono le mie tele, superfici mobili che si muovono con un alito di vento, con un sospiro, come una distesa di fili d’erba, come la paglia che resta dopo che si è mietuto il grano. Centinaia di pagine sono sottratte al nostro sguardo, negate alla nostra lettura e su questo nuovo reperto, che emerge, straziato, annerito e lacerato, viene scritta un’altra storia, è il reale allo stato passato, è il reale e il passato insieme.

D – Quali pagine di un autore napoletano, di uno italiano e di uno straniero che si sono espressi su Napoli ti hanno colpito?
R – Totò, Pasolini, De Sade

D – Quali piste di maestri hai seguito?
R – Le piste mi fanno pensare allo sci, uno sport divertente in cui segui velocemente un percorso. Ho deciso fin da subito che sarei andata fuori pista a mio rischio e pericolo: ci sono molte più cose da scoprire.

D – Pensi di avere una visibilità congrua?
R – Vivo e lavoro in Italia. Nessun artista ha una visibilità congrua in questo paese. Basti pensare che quest’anno gli artisti italiani invitati alla Biennale di Venezia sono solo due.

D – Quanti “addetti ai lavori” ti seguono?
R – All’inizio ho fatto tutto da sola. La mia esperienza come critico e curatore bastava a farmi orientare nel mondo dell’arte. Sapevo già cosa fare e cosa evitare così ho perso meno tempo e sono stata notata abbastanza presto dagli addetti ai lavori. Ho iniziato abbastanza tardi questa impresa che è essere un’artista, sentivo i diavoli incalzarmi con fruste di fuoco … seguirmi vuol dire andare alla mia stessa velocità, non certo prendersela comoda.

D – Puoi indicare in una scheda analitica le pregiudiziali sostanziali della tua ultima partecipazione in una rassegna?
R – Per partecipare a una rassegna bisogna fare diverse valutazioni: ci deve essere un’idea forte e degli artisti validi, altrimenti è inutile. Penso di nuovo alla Biennale di Venezia di quest’anno il cui titolo è “May you live in interesting time”. L’aggettivo interessante è fin troppo abusato, significa tutto e niente. Io non parteciperei a una mostra così neanche se mi invitassero.

D – Quali linee operative pensi di tracciare nell’immediato futuro?
R – Vorrei aumentare le dimensioni dei miei lavori, sono sicura che l’impatto sarebbe molto più forte. Per fare questo ci vuole più lavoro, più tempo e anche una committenza. I lavori di grandi dimensioni costano.

D – Pensi che sia difficile riuscire a penetrare nel mercato dell’arte?
R – Credo sia fin troppo facile. Tutti ci provano e la fortuna aiuta i principianti. Quindi a un certo punto si trovano davvero degli ostacoli insormontabili, c’è bisogno di una scrematura. Entrare non è difficile: è difficile rimanerci!

D – I “social” ti appoggiano?
R – I social possono essere utili a mantenere i contatti con chi è geograficamente più lontano. Bisogna saperli usare: se ti limiti al consenso degli amici del cortile di casa tua non servono a niente!

D – Con chi ti farebbe piacere collaborare per metter su una collettiva di ampio respiro?
R – Mi piacerebbe lavorare con qualcuno che abbia una grande conoscenza dell’arte e degli artisti e che non limiti la visione agli ultimi cinque o dieci anni del secolo. Per curare una rassegna di ampio respiro si deve essere prima di tutto liberi da ogni pregiudizio, avere un vasto orizzonte di riferimento.

D – Perché il pubblico dovrebbe ricordarsi dei tuoi lavori?
R – L’importante non è ricordarsi del mio lavoro, ma aver provato un’emozione. Io miro a questo, non a stupire, a colpire, a ottenere un immediato consenso. Chi prova un’emozione non dimentica più ciò che l’ha provocata.

D – Pensi che sia giusto avvicinare i giovani e presentare l’arte in ambito scolastico, accademico, universitario?
R – Le scuole di ogni ordine e grado portano gli studenti alle mostre di grande richiamo e nei musei con una certa frequenza ormai. Mi chiedo se questo susciti un vero interesse per l’arte e la storia o se invece di guardare le opere d’arte non stiano tutti sui telefonini a chattare approfittando dell’occasione.

D – Prossima mostra?
R – E’ un progetto in cui ho coinvolto Paolo Giulierini, direttore del Museo Archeologico Nazionale. Mi ha proposto di creare un’installazione site specific all’interno di una mostra dedicata alla Villa dei Papiri di Ercolano, in partnership con il Getty Institute di Malibu. Ho avuto l’idea di far fotografare qualcuno dei manufatti che sono nei depositi e che ho visto in una trasmissione di Alberto Angela dedicata al museo. Voglio così portare l’attenzione a ciò che rappresentava la vita quotidiana ai tempi di Roma. Il mos maiorum, l’eredità di un’epoca, che noi pensiamo che sia così lontana, e che invece è ancora viva ai nostri giorni, nei nostri gesti più essenziali, nella sua forma più scarna.

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Commenti

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  1. Scritto da Aulo Pedicini

    SIAMO AMICI SU FACEBOOK, CREDO che non ci siamo mai conosciuti,eppure viviamo nella stessa città,e nel mondo dell’arte.Mi farebbe piacere parlare con te visto del tuo grande impegno culturale .Ho letto la tua intervistalo trovata veritiera come confronto in questo spazio di pensiero napoletano e oltre.Dicevo parlare conte , e come ritornare agli anni “60 che vivevo a Roma dove artisti si confrontavano e parlavano dei valori del pensiero.Sai stare a Roma in quegli anni era molto profiquo si era sull’onda della scelta di seguire la forma pura oppure rombere la linea di una determinata “corrente” artistica di provincia italiana.Noto che in te il liguaggio dell’Arte è puro e fa parte della tua coscienza vera verso il mondo poetico di ricerca linguistica della forma come in effetti il mio che svolgo con grande impegno in una città “il provincialismo si è allargato a macchia d’olio .Complimenti, spero di parlare con te ad un futuro migliore.Oggi si vive sull’onda alta che approda nel vuoto del nulla.Ciao CARISSIMA MaYa.