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Dall’amore romantico al mal d’amore: quando le relazioni diventano tossiche

Si avvicina San Valentino, la festa degli innamorati, una festa romantica e commerciale, che non smette mai di incantare e contagiare. Una data simbolica che ci porta a riflettere sul sentimento dell’Amore: su quello che viviamo, su quello che vorremmo e non abbiamo, insomma, un momento per ascoltare il cuore.

Ma cos’è l’amore? Difficile dare una risposta che comprenda le infinite sfaccettature del concetto cui si fa riferimento con la parola amore. Si consideri la definizione proposta dallo psicoanalista Erich Fromm nel libro “L’arte di amare”: “Amare qualcuno non è solo un forte sentimento, è una scelta, una promessa, un impegno. Se l’amore fosse solo una sensazione, non vi sarebbero i presupposti per un amore duraturo. Una sensazione viene e va. Come posso sapere che durerà per sempre, se non sono cosciente e responsabile della mia scelta?” (Fromm, 1957).
Nel suo libro, Fromm prosegue differenziando l’unione simbiotica o amore immaturo (“ti amo perché ho bisogno di te”), caratterizzato dalle dinamiche dominanza-sottomissione e dalla paura sottostante della solitudine, dall’amore maturo (“ho bisogno di te perché ti amo”), ossia l’unione con l’altro a condizione di perseverare la propria integrità, il sentimento attivo del dare piuttosto che del ricevere.
L’amore immaturo, quando permea la quotidianità causa continui comportamenti di perdita di controllo, provocando conseguenze negative nella vita del soggetto. In questi casi, secondo Sussman (2010), si può parlare di dipendenza affettiva (o love addiction). È normale che l’amore preveda, soprattutto nella fase dell’innamoramento, coincidente con l’amore romantico (o Romantic Love), un certo grado di dipendenza dall’altra persona, che consente a due individui di formare un insieme che va oltre la somma delle due singole parti. Possiamo però distinguere un attaccamento sano da una dipendenza problematica, in quanto solo la seconda impedirebbe all’individuo il distacco dal partner, negandogli la libertà e l’individualità, incatenandolo al vincolo di coppia, provocandogli solo sofferenza e sfociando nella cosiddetta Love Addiction. Il desiderio di amare e di essere amati è un bisogno sano e fondamentale, è associato ad emozioni positive e al benessere psicofisico, ma per alcune persone le relazioni affettive possono essere fonte di malessere, diventare una vera e propria droga ed avere delle conseguenze devastanti.

Il fenomeno della dipendenza affettiva ha suscitato una crescita di interesse e studi a partire dagli inizi degli anni ’80; la sua conoscenza, a livello della popolazione mondiale, fu dovuta alla prima pubblicazione del libro della psicoterapeuta Robin Norwood “Donne che Amano troppo” (1985). L’autrice definisce il fenomeno della dipendenza affettiva “troppo amore”, descrivendolo come il bisogno, non consapevole, di legarsi a partner incompatibili con i propri sentimenti, non curanti del benessere dell’altro, non disponibili, velatamente o chiaramente rifiutanti, unito all’incapacità di distaccarsene e al pensiero magico di riuscire, tramite l’amore e il sacrificio di sé, a cambiarli e trasformarli nei partner dei propri sogni.

La dipendenza affettiva, ad oggi non rientra tra le categorie indicate nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, DSM 5, ma viene annoverata tra le cosiddette New Addictions (dette anche dipendenze comportamentali, o “non legate a sostanza”), termine col quale si indica una tipologia di attività o comportamento del tutto lecito e accettato socialmente, il quale viene però costantemente ricercato e riprodotto senza alcun controllo, e al quale non si riesce a porre fine, nonostante le gravi conseguenze negative apportate alla vita dell’individuo.
Secondo Giddens (1992) sono tre le principali caratteristiche a connotare la dipendenza affettiva come vera e propria forma di dipendenza. La prima è l’ebbrezza, la sensazione di euforia legata alla vicinanza del partner e alle sue reazioni rispetto ai propri comportamenti. La seconda è la tolleranza o “dose”, ossia il bisogno di aumentare il tempo trascorso in compagnia del partner, riducendo di conseguenza quello dedicato a sé e ai contatti esterni alla coppia. L’ultima caratteristica è l’incapacità di controllare il proprio comportamento, connessa alla perdita della capacità critica relativa a sé, alla situazione e all’altro: ciò provocherebbe un conseguente senso di vergogna, il quale, in momenti di lucida razionalità, permette di comprendere la portata nociva della propria situazione e del malessere sperimentato ma che, quasi inevitabilmente, viene sostituito da una sensazione di indegnità, la quale porta nuovamente a ricadere nella propria dipendenza affettiva ricercando “l’abbraccio” dell’altro.

La dipendenza affettiva sarebbe, dunque, una modalità patologica di vivere la relazione, in cui la persona dipendente, per non perdere il partner, silenzia i propri bisogni per dare voce solo a quelli dell’altro, considerato unica e sola fonte di gratificazione, anche quando da essa non se ne riceve più alcuna. I dipendenti affettivi sono sostanzialmente innamorati del sentimento d’amore, spesso mai conosciuto intimamente e che quindi non riescono a distinguere da ciò che non lo è. Sono alla costante ricerca di partner guidati dalla convinzione che, in qualche modo, la relazione possa avere poteri magici, salvifici, permetta di superare qualsiasi ostacolo (Peele & Brodsky, 1992), ritenendo che solo assieme a un’altra persona ci si possa sentire completi (Yoder, 1990). Il dipendente affettivo, a causa di una bassissima autostima di base, è terrorizzato dall’abbandono del partner e vive in un generico stato di allerta manifestato con gelosia, possessività, comportamenti di controllo, opposizione al cambiamento e bisogno di una relazione vissuta in simbiosi. Nelle relazioni, spesso, sperimenta rabbia, rancore, sensi di colpa e un profondo senso di inadeguatezza dato dalla convinzione di essere inferiore al partner, del cui amore non è meritevole.
Dipendendo dall’altro per poter esistere, chi soffre di dipendenza affettiva per evitare l’abbandono e quindi evitare di ricevere la conferma del poco valore di cui si crede portatore, non soltanto rinnega i propri bisogni sottomettendoli ai bisogni dell’altro, ma accetta e tollera qualsiasi tipo di comportamento emesso dal partner, nella speranza di mantenere la vicinanza. Ne deriva che, di fronte a maltrattamenti fisici, verbali o psicologici, nella fasulla convinzione di mantenere il controllo sulla relazione e poter dunque continuare a praticare la propria dipendenza affettiva, il soggetto si assume la responsabilità dei comportamenti dell’altro (ad es. giustificando i tradimenti come causa della propria incapacità di soddisfarlo). Infine, non solo vi è la difficoltà ad interrompere la relazione dopo periodi prolungati di malessere, ma vi è la tendenza a ricadere nella stessa relazione dopo mesi o a sostituirla con una relazione simile instaurata con altri partner (Wolfe, 2000; Fisher, 2006).

È una condizione che accomuna molte donne e molti uomini, che in genere ne sono affetti in modo inconsapevole. Ed è proprio per questo motivo che ha un impatto davvero importante sulla qualità della vita. Il primo e importante passo per uscire da questa forma di relazioni tossiche è prenderne consapevolezza e chiedere aiuto ad un professionista, per imparare prima di tutto a volersi bene e ad intraprendere finalmente una relazione sana con un partner, che non sia basata solo sul bisogno, ma soprattutto sul benessere e sulla crescita di entrambi.
E’ evidente la necessità di ulteriori approfondimenti su questo fenomeno, al fine di fare luce su un malessere ormai ben evidente ed esacerbato nell’ambito di relazioni di coppia mantenute in nome di ciò che viene chiamato amore, ma che nulla ha a che fare con questo. Oggi bisogna anche tener conto del fatto che con le nuove tecnologie che abbiamo a disposizione, le quali non solo facilitano le comunicazioni tra individui ma permettono di tracciare anche i minimi dettagli di una persona, stiamo vivendo una trasformazione delle modalità con cui si manifesta la dipendenza affettiva, che tuttavia rimane un problema psicosociale da arginare.

Dott.ssa Cinzia D’Esposito, Psicologa, esperta in Psicodiagnostica Clinica e Peritale – per info: +39 3356138502

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