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Giuseppe Trimboli de La Collinetta la trattoria Slow Food che resiste alla Ndrangheta foto

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Martone è un piccolo paese della Locride. Come tanti altri in quel pezzo di Calabria, negli ultimi trent’anni è stato vittima di un forte spopolamento (negli anni Ottanta gli abitanti erano 1700, oggi poco più di 600). Molti giovani hanno cercato fortuna altrove, lontano da queste colline. Tante ma non tutti. La famiglia Trimboli, ad esempio, non solo è rimasta ma ha deciso anche di investire e nel 1998 in contrada Colacà, ha aperto La Collinetta, una trattoria semplice dove è possibile mangiare i piatti della tradizione più autentica, cucinati secondo le ricette di famiglia e utilizzando tecniche talvolta antiche.

Un locale presente da 18 anni nella guida Osterie d’Italia e dal 2017 insignito della Chiocciola, il simbolo riservato alle osterie più rappresentative della guida. Giuseppe Trimboli, patron e anima del locale, oltre a cucinare insieme a mamma Rosa polpette di melanzane, zuppe di verdure, paste fresche condite con saporiti sughi e secondi di carni locali, si dedica alla coltivazione della terra, alla produzione di frutta, verdura, olio e vino. Vale davvero la pena venire a provare le carni cotte nella creta (una tecnica che qualcuno fa risalire al periodo di dominazione greca) oppure le paste servite sulle tegole di terracotta, un’usanza di famiglia che ha contribuito al successo di questa osteria. Quando poi non riesce a soddisfare le proprie esigenze con ciò che coltiva e trasforma, Giuseppe si rifornisce da artigiani locali che fanno straordinari formaggi di pecora o profumati pani cotti nel forno a legna.

La Collinetta è insomma un’attività importante per il territorio, tra l’altro socia del gruppo cooperativo Goel, nato nel 2003 su impulso del vescovo di Locri Giancarlo Maria Bregantini, che si impegna per promuovere «il riscatto e il cambiamento vero della Calabria attraverso il lavoro legale, la promozione sociale e un’opposizione attiva alla ‘ndrangheta».

Ed è di questi giorni una di quelle notizie che non vorresti mai leggere. Che umilia e svilisce qualunque uomo. Che richiede una reazione forte e ferma da parte di tutti. Pino Trimboli e i suoi familiari hanno ricevuto un’orrenda minaccia: «se non paghi il pizzo ti bruciamo il locale e ammazziamo te e i tuoi cari».

Un messaggio violento che ci impone di muoverci, di non rimanere in silenzio, magari proprio iniziando a prenotare un tavolo in questo ristorante. È un modo per stare vicini alla famiglia Trimboli, perché l’isolamento fa più male delle minacce. Stiamo parlando di un simbolo di chi vuole alzare la testa e dare un futuro a questa regione, che qualcuno vuole affossare definitivamente, pensando che il linguaggio della violenza sia più forte dell’orgoglio delle persone per bene, dell’identità di un territorio, della caparbietà di una comunità che, seppur colpita, resiste.

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it

Da La Repubblica del 26 gennaio 2019

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