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Fabrizio De Andrè il cantautore degli ultimi e delle “anime salve” dopo 20 anni. L’intervista su Repubblica concerto a Salerno

Fabrizio De Andrè il cantautore degli ultimi e delle “anime salve” dopo 20 anni dalla morte. Molto caro a noi di Positanonews in Costiera amalfitana e Penisola sorrentina, il nostro giornale non vuole ricordarlo con le sue visite in Costa d’ Amalfi e Sorrento , amava più le isole, la Sardegna era nel suo cuore , lo si sa. Abbiamo scelto .L’intervista su Repubblica e fra gli eventi in Campania  segnaliamo il concerto a Salerno a lui dedicato .

De Andrè

Torni a trovarmi, la prossima volta le voglio parlare delle prostitute”, promise Fabrizio De André sul finale dell’intervista che nell’aprile del 1997 ci aveva concesso nella sua tenuta in Sardegna. Cosa avrebbe poi detto, “la prossima volta”, resta un mistero che purtroppo non potrà più essere sciolto. E del resto, dopo quella frase così sibillina, non ci fu verso di forzargli un po’ la mano: “È un discorso che ha bisogno di tempo, dobbiamo rivederci”, disse salutandoci.

Fabrizio De André, l’intervista in Sardegna nell’aprile 1997 – Le canzoni

Ci avrebbe forse parlato, la prossima volta, dei retroscena di Bocca di rosa? la canzone dal suo primo album del 1967 in cui diceva di indentificarsi di più tra tutte quelle che aveva scritto, forse il suo titolo più noto, la storia della prostituta che aveva sconvolto la vita e i benpensanti del paesino di Sant’Ilario. Oppure ci avrebbe rivelato i motivi per i quali nel 1996 in Anime salve, il suo disco testamento, aveva voluto raccontare la storia della transessuale brasiliana Fernanda in Prinçesa? E del resto De André non perdeva occasione nei suoi interventi come nei suoi concerti per sottolineare “il sacrificio della prostituzione, che attraverso il dolore può anche diventare santificazione”.

Fabrizio De André, l’intervista in Sardegna nell’aprile 1997 – Le minoranze

 

Era, quello, un altro modo per parlare degli ultimi, perché fin dall’inizio De André aveva interpretato in questo senso la sua arte di scrivere canzoni. E che fosse “il cantautore degli ultimi”, lo disse forte e chiaro proprio con Anime salve, il disco che ci aveva condotti nel suo buen retiro all’Agnata, inondata a primavera da un mare di fiori di mille colori e di profumi. Fabrizio in quella mezza giornata trovò il tempo e una parola per tutti quelli che si avvicinavano per salutarlo, estraneo a qualsiasi forma di divismo. Continuava però a preferire la notte al giorno, non solo per lavorare, e così a un certo punto si ritirò per riposarsi nella sua stanza al primo piano del casolare.

Con Anime salve, un disco in cui metteva al centro della scena il disagio di vivere e il tema delle minoranze oppresse o emarginate, Fabrizio De André aveva convinto pubblico e critica: “Forse ha fatto presa sul pubblico il fatto che una larga parte della popolazione comincia a sentirsi minoranza, non in termini numerici, ovviamente”, spiegò. “Quei pochi che oggi detengono il potere e i privilegi, e anche i mezzi di comunicazione attraverso la pubblicità che gli dà da vivere, sono la vera maggioranza, esattamente come i majores che detenevano potere e privilegi nel mondo latino e fino al Medioevo. Oggi è diminuito il numero di chi detiene i privilegi ma è aumentato il loro potere. Noi minores siamo chiamati in causa per fornirglielo. Chi ascolta si è così identificato con le minoranze emarginate protagoniste di Anime salve“. Un discorso di un’estrema attualità, anche a più di venti anni di distanza.

L’album vinse il premio Tenco. Cosa pensa dei premi? gli chiedemmo, e lui ci stupì ancora: “Questa mania occidentale e aristotelica di distinguere il bianco dal nero, il buono dal brutto, forse non è esattamente l’aspirazione profonda dell’anima umana. Sono contrario alle vittorie, cui corrispondono una o molteplici sconfitte. E sono preoccupato dell’invidia, diffusa in tutti noi. Questi premi, che condivido con chi ha lavorato con me, Fossati per primo, accontentano la parte più rozza di me, che è comunque cospicua”.

IL CONCERTO A NAPOLI

Navigammo su fragili vascelli/ per affrontar del mondo la burrasca/ ed avevamo gli occhi troppo belli/ che la pietà non vi rimanga in tasca”. Il celebre recitativo (due invocazioni e un atto d’accusa) di Fabrizio De André, testo trasgressivo e maledetto che dipinge quello che è il destino di ogni uomo, offre il titolo al concerto evento di venerdì 11 gennaiopromosso dall’associazione Tempi Moderni nell’ambito della terza edizione de “I racconti del contemporaneo”. La scelta della data non è casuale, venerdì ricorre il ventennale della morte del cantautore genovese (11 gennaio 1999).

In considerazione dell’eccezionale domanda da parte del pubblico, lo spettacolo, inizialmente pensato per gli spazi di Palazzo Fruscione, dove fino al 27 gennaio sarà possibile ammirare la mostra dell’artista romano Maurizio Savini, si terrà – grazie alla disponibilità dell’amministrazione comunale di Salerno – al Teatro Augusteo di via Roma. Sul palco saliranno Michele AscoleseCarlo Ghirardato e Domenico Ingenito, mentre l’introduzione è affidata allo scrittore Diego De Silva. Ad aprire la serata sarà la voce di Antonella Valitutti. Il concerto gode del patrocinio morale della Fondazione De André e vedrà la collaborazione dell’artista americano Stephen Alcorn, autore di diverse opere, ispirate al cantautore genovese ed ai suoi brani più famosi, che saranno proiettate in video. Nel foyer dell’Augusteo il personale della Open Onlus provvederà a una raccolta fondi a sostegno dell’associazione impegnata nella lotta contro i tumori che colpiscono i bambini. Da lunedì 7 gennaio è, inoltre, partito il nuovo progetto Surpass (il passaporto del lungo-sopravvivente), nato in gemellaggio tra il Gaslini di Genova e il Pausillipon di Napoli. L’obiettivo è di costituire un ambulatorio in cui arruolare gli ex bambini guariti dal cancro, effettuare visite di controllo periodiche, raccogliere i dati relativi all’ex paziente e al suo percorso clinico, inviare i dati alla piattaforma informatica nazionale e consegnare i Passaporti del guarito.

L’ingresso al concerto è gratuito, previa prenotazione on line (booking@tempimodernieventi.com) o direttamente a Palazzo Fruscione. Per prenotarsi c’è tempo fino alle ore 13 di venerdì 11 gennaio.

 

IL RAPPRORTO CON NAPOLI RACCONTATO DA VACALEVRE

Federico Vacalebre “De Andrè e Napoli – Storia d’amore e d’anarchia”, Sperling & Kupfler, 2002, pp. 176, 18 euro

Ipotesi di un discorso amoroso, bruscamente interrotto, tra il signore dei cantautori, Fabrizio De Andrè, e Napoli. Un pò documentario e un pò filmino familiare, mostra come tutte le strade deandreiane, persino quelle che conducono a Georges Brassens e Bob Dylan, portano nella città campana. Un libro ricco di storie, anche inedite, come quella dell’incontro con Roberto Murolo (autore della prefazione, insieme a Massimo Ranieri) per una tazzuriella ‘e caffè. Incontro da cui nascerà «Don Raffaè», storia di un boss che fa il bello e il cattivo tempo, anche in carcere. Dopo l’incisione Raffaele Cutolo scrisse a Fabrizio: «Come hai fatto a descrivere così bene la mia condizione?». E iniziò a spedirgli le sue poesie. Il cantautore genovese accennò una lettera di risposta. Poi, per ovvi motivi, interruppe la corrispondenza. Il primo a spingere il cantautore verso Napoli fu George Brassens. «Non sapevo nemmeno io come e perchè – racconta De Andrè – ma impazzivo per Bovio e Di Giacomo. Poi scoprii che la mamma del mio amatissimo Brassens era figlia di napoletani, e che nelle ballate di quello che rimane il mio primo maestro indiscusso, alcuni studiosi avevano ritrovato echi della melodia campana». Napoli delle donne, e di un bambino mai nato. De Andrè negli anni ’60 visse per un periodo a Napoli, in primavera, innamorandosi di una ragazza «partenopea al cento per cento». «Poi – racconta – andai via e venni a sapere che era rimasta incinta. A dicembre mi si presentò il albergo, a Cortina con i miei genitori, per dirmi che aveva perso il bambino: pallida, infreddolita…sembrava davvero uno scricciolo». Fabrizio ricordava quella storia come il suo primo «fidanzamento» e un suo vecchio amico, Giorgio Leone, racconta che il quel periodo De Andrè sembrava volerla sposare a tutti i costi: «È nato con questa mania di sposarsi, tanto che poi ha fatto veramente la belinata di sposarsi presto». Napoli-Bocca di Rosa. Napoli città porosa, disordinata, puttana, mammona così vicina Genova. «È la mia patria morale – disse Fabrizio -, dopo Genova e la Sardegna è forse l’unico posto dove potrei vivere. Per la sua cultura, la sua canzone, la sua asimmetria… Per Murolo, Eduardo, Croce e De Sica». Napoli così vicina ad Algeri. Sarà per questo, scrive Vacalebre, che i testi in genovese di ‘Megu megun’ e «A ?mmà, filiazioni di ‘Creuza de mà destinati a ‘Le nuvolè, saranno scritti insieme a Ivano Fossati durante un soggiorno sulla costiera amalfitana. Napoli e il dialetto, che per De Andrè rappresentava »l’autenticità« e per il quale »il dialetto napoletano è sicuramente il sigillo doc dell’autentica canzone italiana«. »La canzone di Marinella«, cui era molto legato, era per lui »un perfetto equilibrio tra testo e musica, sembra quasi una canzone napoletana scritta da un genovese«. Per ricostruire la storia d’amore e d’anarchia che lega De Andrè a Napoli, l’autore ha intervistato e chiesto contributi a Beppe Barra, Edoardo Bennato, Pino Daniele, Cristiano De Andrè, Massimo Bubola, Raffaele Cutolo, Enzo Gragnaniello, Peppe Lanzetta, Mauro Pagani, Vincenzo Salemme, Lina Sastri, Roberto Murolo. Il volume è arricchito dalle foto napoletane di Fabrizio, a cominciare da quelle con Murolo e Dori Ghezzi. (Elisabetta Malvagna – ANSA)

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