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Nick Nolte premiato a “Capri, Hollywood”

Nick Nolte, 77 anni di cui 44 dedicati alla recitazione con 200 film alle spalle, tra Hollywood e cinema indipendente, riceverà stasera il «legend award» di «Capri, Hollywood» e presenterà in anteprima per l’Italia l’ultimo film di cui è protagonista, «Head full of honey» di Til Schweiger. Remake della pellicola tedesca dello stesso regista, lo vede nei panni di un uomo anziano che soffre di Alzheimer, insieme alla figlia Sofia, appena undicenne, nel ruolo di sua nipote. Fino al 4 dicembre Nolte è stato a Paestum sul set di «Last words» di Jonathan Nossiter, il film, ispirato all’omonimo romanzo di Santiago Amigorena, è ambientato nel 2086, in un mondo post-apocalittico abitato soltanto da pochi superstiti e uscirà nelle sale, anche italiane, nel 2019.
Che impatto ha avuto su di lei l’interpretazione di un uomo affetto di Alzheimer?
«Anche mia nonna soffriva di Alzheimer, io ero piccolo e passavo molto tempo con lei. Poi, mi dissero che doveva andare via, perché c’era il rischio che lei scappasse di casa e la portarono in una clinica. Dopo una settimana lì, morì. Questa esperienza personale mi ha insegnato che non dobbiamo vedere soltanto il lato tragico della malattia, ma che esiste un modo di adattarsi a questa triste condizione, c’è un modo per poter stare vicino ai malati di Alzheimer. Perdono l’uso della memoria a breve termine, non sanno dirti cosa succede nel mondo oggi, ma mischiano tante storie del passato. In questo film non viene raccontata la tragicità del rapporto, al contrario si spiega come sia possibile interagire. Nessuno di noi può sapere cosa ci sia nella loro testa, loro cercano di adattarsi a noi e noi dobbiamo fare altrettanto. Io ho scelto di farlo, perché ho trovato la storia più che toccante».
Lei ha vissuto per quasi un anno in Italia durante la realizzazione di «Last words», come ha percepito la situazione sociale nel nostro Paese?
«Nel film sono l’unico superstite rimasto al mondo, insieme a un ragazzino di colore. Mi chiamo Shakespeare, per nessuna ragione specifica, e ho più di 103 anni. Ho scelto di fare parte del cast per il valore sociale della pellicola. Si parla di riscaldamento globale e si esplora come sarà la situazione nel mondo se continuiamo a occuparci in questo modo della terra. Gli scienziati dicono che il mondo finirà nel 2086, ed è in quell’anno che è ambientato il film. Girando per l’Italia insieme al mio unico compagno, gli insegno a usare una macchina da presa, di quelle vecchie non queste moderne, per girare l’ultimo film della terra. Per cui si tratta di un film all’interno di un film. Sono stato a Bologna, a Roma, a Venezia, a Paestum e credo che in Italia ci sia più umanità, noi negli Stati Uniti l’abbiamo persa. Qui c’è anche più ironia, si può ancora scherzare sulla politica, da quando abbiamo Trump noi non possiamo fare neanche più quello, mi dispiace dirlo, ma è così. Girare a Paestum, naturalmente, è stato speciale, alla magia dei templi si è aggiunta un’accoglienza davvero speciale».
E l’Italia della politica?
«Ho sentito cosa succede nel vostro Paese, non ho una conoscenza approfondita sulla vostra condizione, ma vedo molta confusione e preoccupazione. Comunque, mi sembra di capire che siamo tutti contrari a quello che dice Trump e che i vostri problemi sono uguali ai nostri: emigrazione, economia, le opposizioni tra i movimenti conservatori e quelli liberali. Insomma, sono problemi che stanno toccando tutto il mondo, forse sono stati causati dalla politica degli Stati Uniti, ma, per uscirne e operare dei cambiamenti profondi, dovremmo cercare di lavorare tutti insieme a livello globale. Ma io non sono che un principiante della politica, queste sono solo le mie opinioni».
Torniamo al film: cosa le ha trasmesso trovarsi alle prese con la fine del mondo?
«Questo film mostra quello che la scienza ci ha già indicato: sappiamo che quando la temperatura andrà oltre un certo livello, non potremo più coltivare, per dirne una. Avremo fame, sete, ci saranno carestie. Noi siamo dipendenti dai combustibili fossili e se quello che dicono gli scienziati è vero, allora siamo nei guai ed è già troppo tardi per correre ai ripari. Alla fine noi non siamo che un’altra specie animale, ci siamo illusi di essere più forti, ma stiamo per estinguerci come le altre specie e non per colpa di un’invasione aliena, ma per causa naturale. C’è pure chi non crede in quello che dicono gli scienziati, come il presidente degli Stati Uniti, che non crede che a se stesso, e questo, per noi americani, è fonte di grande imbarazzo». Alessandra Farro, Il Mattino

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