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Le Rubriche di Positano News - CulturaNews di Maurizio Vitiello

Intervista all’attrice Ramona Tripodi, a cura di Maurizio Vitiello.

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Intervista di Maurizio Vitiello – Risponde la giovane e brava attrice Ramona Tripodi.

D – Puoi segnalare ai nostri lettori il tuo percorso di studi?
R – Certo. Sono stata molto fortunata perché ho potuto iniziare la mia formazione al Bardefè di Umberto Serra, che per me è ed è stato molto più di un maestro. Successivamente, ho continuato la mia formazione all’Elicantropo con Carlo Cerciello. Sia lui che Imma Villa sono delle persone meravigliose, con cui poi è nato un meraviglioso rapporto di amicizia. Provo grande affetto e stima per loro. E, poi, tanti stage e laboratori che continuo a fare perché il mestiere dell’attore non lo si finisce mai di imparare. Tra quelli che hanno lasciato il segno: il laboratorio sui Negri dell’immenso Antonio Latella, quello di acrobatica con Nicole Kerberger e ancora Lindsay Kemp. E, poi, tanti e tanti altri.

D – Puoi raccontarmi i tuoi iniziali desideri?
R – Quelli che ho realizzato. Fare teatro. Fare l’attrice. La regia e la drammaturgia sono arrivate dopo.

D – Quando è iniziata la voglia di fare teatro?
R – Avevo sei anni facevo danza classica. Non mi piaceva, ma amavo i giorni delle prove in teatro per il saggio. Aspettavo il momento di entrare in teatro tutto l’anno. Ricordo l’odore del legno del palco che mi sembrava enorme, i camerini, il retropalco … mi sentivo a casa. Era lì che volevo stare.

D – Puoi precisare i temi e i motivi dei tuoi spettacoli, da interprete e da regista?
R – Anche come attrice scritturata cerco di prendere solo lavori in cui credo. Come regista e drammaturga creo uno spettacolo solo quando ho l’esigenza di dire qualcosa. Altrimenti, preferisco tacere. Circa i temi, credo che il teatro debba assolvere una funzione sempre. Credo nell’impegno civile. E, infatti, nel 2014 ho vinto il premio Landieri – premio per l’impegno nel teatro civile con Il Sole di Notte. Uno spettacolo che ho molto amato.

D – Ora, puoi motivare il percorso di gestazione e l’esito del tuo ultimo spettacolo?
R – I miei ultimi lavori sono ‘A Rota che ho scritto di getto in cinque giorni. È sempre una festa replicare questo spettacolo. E non lo dico solo da drammaturga o da regista, ma anche proprio come attrice perché ho una compagna di scena meravigliosa: Marianita Carfora. E, poi, ci sono I Guardiani di e con Maurizio de Giovanni di cui c’è stata l’anteprima lo scorso 12 Luglio e il 23 dicembre ci sarà la prima al Tin Teatro Instabile Michele Del Grosso. Circa I Guardiani è la prima volta che mi cimento in un adattamento, normalmente scrivo cose mie.

D – Dentro c’è Napoli?
R – Si. ‘A Rota è ambientata a Napoli nel 1946. Volevo raccontare l’immensa forza di questo popolo che si è liberato da solo. Mentre aspettava gli alleati, che più che liberarla, ne hanno fatto il più grande bordello a cielo aperto d’Europa. La vicenda è ambientata a Forcella e racconta della ruota degli Esposti. È la storia di Telluccia la protagonista che dall’Annunziata non è mai uscita. Una donna forte che sogna all’alba del referendum che l’Italia diventi Repubblica. E lo crede possibile visto che è la prima volta che votano le donne. E, poi, c’è la Madonnina dalle Scarpe rotte che le tiene compagnia. Una madonnina insolita, profondamente umana che, notte dopo notte, vaga per la città per vegliare sui suoi figli. Per dargli la buona notte. Perché anche se sono stati adottati sono e resteranno sempre figli suoi. Ne I Guardiani invece, ambientato ai giorni nostri, viviamo e respiriamo una Napoli esoterica che solo la penna di Maurizio poteva raccontare pregnando ogni personaggio di una profonda umanità.

D – Napoli è una città sorgiva per gli attori?
R – Bah, … non saprei. Credo che in Italia in generale, il teatro e il mestiere dell’attore siano molto bistrattati, a volte penso ci sia una volontà preciso di affondarlo. Poche opportunità, ancor meno diritti e nessuno che tuteli i lavoratori dello spettacolo. La cosa mi indigna. Potremmo vivere di questo. Siamo secoli dietro al resto d’Europa. In Italia l’arte in generale è molto bistrattata. Forse, è una volontà precisa. Governare un popolo di ignoranti lobotomizzati davanti al computer o alla tv è sicuramente più semplice. Il teatro ti spinge a pensare, a riflettere a emozionare … e questo non va bene in questi tempi bui.

D – Quali pagine di un autore napoletano, di uno italiano e di uno straniero che si sono espressi su Napoli a livello di letteratura e a livello teatrale ti hanno colpito?
R – L’odore del Ragù portato in scena in un teatro a Londra da De Filippo. Tutto il resto è noia.

D – Quali piste di maestri hai seguito?
R – Grotowsky. Credo in un teatro povero, anche se oggi lo stesso Grotowsky direbbe ”non così povero!” … scherzo.

D – Pensi di avere una visibilità congrua?
R – Com’è quella meravigliosa battuta che dice Rhett Butler? Ah, sì ”Francamente me ne infischio!”

D – Quanti “addetti ai lavori” ti seguono?
R – Non lo so. Mi interessa molto di più arrivare alla gente, al pubblico.

D – Puoi indicare in una scheda analitica le motivazioni sostanziali del tuo prossimo spettacolo?
R – Quello che mi spinge è avere qualcosa da dire. Partire da un’immagine. Il resto poi vien facendo.

D – Quali linee operative pensi di tracciare nell’immediato futuro?
R – Continuare così. Inbilicoteatro e Film, la mia realtà di produzione teatrale ed etichetta di cinema indipendente, creata insieme con Andrea Canova il 17 Marzo prossimo compirà dieci anni.

D – Pensi che sia difficile riuscire a comunicare col teatro?
R – Assolutamente no. Anzi. Il teatro è la forma di comunicazione per eccellenza. Si muove su più livelli dove quello meno importante, a mio avviso, è proprio quello della parola. Il teatro viene dal rito. E il rito è per eccellenza uno scambio. Nessuno può essere passivo né lo spettatore, né l’attore … infatti attore significa colui che agisce.

D – I “social” ti appoggiano?
R – Lo sa che “Francamente me ne infischio“ è anche il titolo di un meraviglioso spettacolo di Antonio Latella?

D – Con chi scriveresti a più mani uno spettacolo e perché?
R – In realtà è già successo. Paradiso Mancato con cui siamo in scena dal 2015 l’ho scritto insieme con Marco Messina (99 Posse) un pezzo a quattro mani. Dove la drammaturgia teatrale e quella sonora vanno insieme. L’una imprescindibile dall’altra. Credo fortemente in un teatro che sia luogo di contaminazione dove la musica elettronica, le arti visive confluiscono e il teatro diviene contenitore. Il Paradiso Mancato è quello di Paolo e Francesca, gli amanti del V Canto dell’Inferno della Divina Commedia di Dante da cui ci siamo liberamente fatti “suggestionare”. Ci siamo chiesti quale potesse essere l’inferno del desiderio e abbiamo scelto di lavorare sulla sua assenza. Precisamente sull’assenza dei corpi. Oltre a me e a Marco Messina sono in scena con noi Raffaele Ausiello, Marco Palumbo e Adriana D’Agostino. Saremo di nuovo a Napoli il 02 e 03 Febbraio 2019 sempre al Tin. Invece, nel 2010 ho scritto una sceneggiatura insieme con Andrea Canova, un cortometraggio dal titolo Rimbò. Un’esperienza bellissima, con Rimbò abbiamo vinto il contributo per la realizzazione del corto indetto dal Festival Linea D’Ombra 2010; e con cui come attrice ho vinto numerosi premi non solo in Italia, ma anche a Liverpool.

D – Perché il pubblico dovrebbe ricordarsi dei tuoi spettacoli?
R – Questo dovrebbe chiederlo al pubblico.

D – Pensi che sia giusto avvicinare i giovani e presentare passi teatrali in ambito scolastico?
R – Assolutamente. Il teatro arricchisce, sempre. Rende persone migliori. E dovrebbe essere materia scolastica. In molti paesi europei lo è. Ma qui, nella civile Italia, non si insegna più la storia dell’arte, immaginare il teatro come materia scolastica credo sia fantascienza.

D – Idee future da mettere in scena?
R – Sì, qualcosa frulla nella mia testolina … lo scoprirete la prossima primavera.

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