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In 180 minuti Meret conquista Napoli foto

180 Minuti azzurri quelli giocati da Alex Meret con la maglia azzurra. Complice un lungo infortunio, Meret ha esordito da titolare contro il Frosinone, in panchina con il Cagliari, titolare con la Spal

La superparata di Alex Meret, 21 anni, sabato contro la Spal, all’ultimo minuto di recupero GETTY IMAGES
La solitudine dei numeri primi, in quella striscia bianca ch’è il confine tra la gioia e la disperazione, è un lampo che acceca, un’alba che illumina, un sentimento che si rivolta, magari su se stesso, e demolisce il passato e la malinconia, il dolore e la sofferenza, e si può ridere ed esultare, ora che non c’è traccia di quella sofferenza sorda, che gli ha strappato l’allegria. La solitudine di quel numero 1 è un ceffone al pallone, è ribellione al destino, è pubalgia soffocata, una spalla risistemata, un’ulna ricostruita: il resto è vita da vivere, nello splendore dei ventuno anni e di un’allegria da custodire su mani che conducono ovunque, sui sentieri più impervi che inseguono paragoni eccellenti. La solitudine di Alex Meret, in quel tunnel interminabile – dieci partite perdute con la Spal nell’anno della B, altre ventisei negategli in quello della A e poi adesso cinque mesi a scorgere l’universo Napoli dalla serratura dell’infermeria – è un tormento dell’animo, un malessere avvolgente, un conto sempre, perennemente, in sospeso con la sorte, aggrappatasi alla rete di una porta sbattutatele in faccia troppe volte, sino al novantatreesimo d’un 22 dicembre 2018 che sa di resurrezione ma anche d’incoronazione ufficiale che Re Carlo (Ancelotti) ha sussurrato Coram Populo: «Meret è fuori dal normale».
LA CITTA’ DEI PORTIERI. Eccezionale, ma veramente, nella Patria dei fuoriclasse, dei Dino Zoff e degli Ottavio Bugatti, dei Giovanni Galli e dei Luciano Castellini, dei Pepe Reina e dei Morgan De Sanctis, dei Claudio Garella, dei Giuliano Giuliani e degli Arnaldo Sentimenti, di una città che ha sbarrato le strade al nemico con genialità o sregolatezza che appartengono al codice genetico di uomini destinati a sopravvivere da eroi o a sfidare, come scrisse Edoardo Galeano, la «condanna alla disgrazia eterna».

MISTER 25 MILIONI. Minuto 93, e non ci sarebbe stato tempo per rialzarsi, e Meret s’è presa Napoli, la sedotta e quasi stordita, l’ha spinta a credere, spalancando gli occhi, che sia tutto vero quel che si racconta («un fenomeno, predestinato»): perché il quel tuffo carpiato all’indietro, sulla palla più avvelenata del sabato, con il cronometro che sta correndo impietosamente e la traiettoria che spinge verso il baratro (mica solo emotivo), può soltanto un fenomeno annunciato, costato venticinque milioni e atteso come un Messia. Poi un giorno si vedrà se sia possibile avvicinare o rievocare Buffon, se abbia l’elegante esuberanza di Ricky Albertosi, se raffiguri – in quel fisico infinito – Cudicini o se debba essere, perché intanto il calcio sta cambiando, semplicemente Alex Meret: però intanto pure la toponomastica va rimodificata e a Lucrino, quella che era la rotonda Cavani, un atto di devozione verso l’uomo dei sogni che si nasconde dentro ogni bomber – tanto più in un totem da centoquattro reti – vorrebbero intitolarla a lui, concedendogliela immediatamente, quasi a scatola (pardon, a porta) chiusa, perché gl’idoli si avvertono a pelle e sfondano subito, soprattutto se hanno la faccia pulita, una serenità interiore che si coglie, i sani principi di una famiglia ricca di contenuti e due mani così, che si sono prese il cuore di Napoli volandole sopra. 

 azurri a quota 3 Imbattuti da 304’
David Ospina, 30 anni, 15 gare con il Napoli MOSCA
Clean sheet, letteralmente foglio pulito, calcisticamente una partita tranquilla, attraversata senza subire gol, dunque godendosela (quasi) certamente. Il Napoli ci è abituato, ormai, e quello arrivato contro la Spal sabato è il terzo “clean sheet” consecutivo in campionato, dopo quelli con il Frosinone e con il Cagliari. Ma la difesa azzurra è stata capace di cavarsela anche in Champions, uscendo per due volte imbattuta dal campo: la prima a Belgrado, e quello fu uno 0-0 che fece male e che ha avuto un suo peso sull’eliminazione dalla coppa più prestigiosa dell’uefa, la seconda, invece, al san Paolo, nella clamorosa vittoria contro il Liverpool, ottenuta al novantesimo. E pensare che la tendenza iniziale del Napoli in campionato era stata tutt’altro che invitante: subito un gol a Roma, con la Lazio, con disattenzione generale; poi due reti al san Paolo dal Milan, cancellate da una nuova rimonta e a seguire il 3-0 a Marassi, contro la Sampdoria, per la prima dolorosa sconfitta che aprì un crisetta difensiva. Dal 30 settembre, da quando è stato sconfitto a Torino dalla Juventus, il Napoli non ha più subito più di un gol. E ora da 304 minuti (le tre gare succitate più i 34’ con l’Atalanta) ha la porta immacolata.

fonte:corrieredellosport

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