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Carlo Alfaro: Adolescenti a oltranza: la crisi educativa, le parole di Ezio Aceti.

Una recente pubblicazione su Lancet Child & Adolescent Health curata dalla direttrice del Centro per la Salute degli Adolescenti del Royal Children’s Hospital di Melbourne, Susan Sawyer, propone che il limite dell’età adolescenziale vada postecipato a 24 anni, benchè l’inizio della pubertà si sia anticipato nei Paesi occidentali in media di almeno quattro anni nell’ultimo secolo, scendendo a 10 anni, grazie al miglior stato di salute generale e ai più elevati standard nutrizionali. Un’adolescenza lunghissima, dunque, soprattutto per motivi psico-sociali, dato che si prolunga la persistenza nel sistema scolastico-educativo, si esce da casa dei genitori più tardi, si spinge in avanti il momento del lavoro e dell’indipendenza economica, si rimanda l’assunzione delle responsabilità e delle scelte di vita come un partner fisso o avere figli (per esempio, secondo l’Office of National Statistics britannico, l’età media in cui oggi si forma una famiglia è 32,5 anni per gli uomini e 30,6 per le donne). In realtà, anche dal punto di vista biologico, fa notare lo studio, il cervello continua a maturare oltre i 20 anni, la crescita corporea prosegue, seppur più lentamente, dopo i 18 anni, l’eruzione dei denti del giudizio può avvenire anche a 25 anni. Il rischio, però, è di dilatare oltremodo i tempi dell’adolescenza, “infantilizzando” i giovani fino a relegarli in una situazione cristallizzata di “adolescenza per sempre”. A comprendere meglio queste problematiche ci aiutano le riflessioni del dottor Ezio Aceti, lo psicologo-educatore padovano fondatore dell’associazione Parvus, che mira a diffondere la cultura dell’educazione dell’infanzia mediante formazione alla genitorialità in risposta ai bisogni contemporanei. Secondo il pensiero del popolare formatore, il punto di partenza degli errori educativi è che, non conoscendo (e capendo) i bambini e gli adolescenti, gli adulti si rapportano a loro con pregiudizi, che sono la proiezione del loro modo di vedere e vivere le cose, mentre il bambino, afferma, si comporta, ama, si relaziona e si muove in un modo completamente diverso da noi adulti. Per una valida educazione è pertanto necessario superare false interpretazioni e radicate convinzioni. La difficoltà di degli adulti a comprendere i figli oggi è accresciuta dal fatto che la società ha subito cambiamenti repentini e radicali. Una società “liquida”, come la definisce il sociologo Bauman, che appiattisce e macina tutto con velocità frenetica e superficiale. Un “travaglio”, la chiama Aceti, una società in crisi e confusione. Se confrontiamo le fotografie delle camerette dei bambini di oggi con quelle di trent’anni fa, spiega, salta agli occhi quanto siano molto più piene di cose. Ed è stato calcolato che attualmente un bambino da zero a sei anni riceve 47 volte più stimoli rispetto alla generazione dei suoi genitori. Inoltre, è cambiata l’organizzazione sociale. La famiglia prima degli anni ’70 era “patriarcale‟, non perché il papà stava vicino ai figli, anzi oggi i padri sono molto più vicini ai figli, ma perché vigevano le norme e le regole, c’erano autorevolezza e autoritarismo: il vantaggio era maggiore stabilità e sicurezza, anche se al prezzo che tutto ciò che era creatività, fantasia, emozione, pensiero, in qualche modo veniva tarpato. Oggi invece l’emozione è considerata il fattore più importante. Fino a produrre però fragilità, allorchè deborda e governa ogni azione e decisione. Punti di forza dei giovani d’oggi, dice lo psicologo, sono l’essere più veloci, pronti, globali, virtuali, grazie alla padronanza che hanno della tecnologia; punti di debolezza, sono ipercinetici, fanno fatica a concentrarsi e impegnarsi, manifestano uno squilibrio tra l’essere cognitivamente avanti ed emotivamente fragili e inesperti, perchè iperprotetti a oltranza. Un atteggiamento educativo sbagliato che ha generato degli adolescenti con “passioni tristi”, senza gioia, entusiasmo, slanci e ideali. Fino ai sei anni, ricorda Aceti, il sistema educativo è basato su prevenzione e tolleranza, ma dopo diventa negoziazione, contrattualizzazione, responsabilizzazione. Quello che manca nel sistema educativo attuale. L’educazione, spiega Aceti citando il filosofo ebreo Martin Buber, parte da tre punti: primo, mettiti nei panni dell’altro; secondo, quando ti sei messo nei panni dell’altro, ascolta le cose che senti dentro di te; terzo, comunica queste cose all’altro. Da questo paradigma scaturiscono i quattro cardini educativi secondo Aceti: l’ascolto (che sia attivo, empatico), la parola (che nutre e sostanzia), il sacrificio (inteso come dedizione), il sostegno (che consiste nel vedere il figlio in modo positivo, facendogli sentire che si crede in lui). Tutto ciò si concretizza nell’attenzione: attenzione è sinonimo di cura, in quanto affinché io stia attento è necessario che sia fuori di me, completamente nella realtà dell’altro. Dice Aceti: “Noi pensiamo che educare sia dare norme, regole, castigare, punire… no, niente di tutto questo. Educare è far sentire il bambino atteso, desiderato, fargli sentire che ne è valsa la pena che è nato: questo possiamo farlo se ogni volta che parliamo con lui terminiamo il nostro discorso con la parola Tu. La parola Tu vuol dire che rispettiamo la sua dignità, che siamo sicuri che farà meglio, che saprà cosa fare”. Per l’educazione ottimale, ricorda Aceti, sono necessarie la figura paterna e quella materna: Claudio Risèparagona a questo proposito la famiglia ad una croce: il palo orizzontale è la madre, che nutre, sostiene, sostanzia, il palo verticale è il padre, colui che prende il bambino e lo porta nella realtà, nella norma, nella società, gli dà l’autonomia. Aceti cita anche la grande filosofa e mistica Edith Stein, che dice che la donna cerca naturalmente di abbracciare tutto ciò che è vivente: curare, custodire, proteggere, nutrire e favorire la crescita è il suo anelito naturale, materno, anche se non è biologicamente madre.  Entrambi i genitori, poi, aggiunge Aceti, hanno il compito di crescere il figlio nella speranza, nella fiducia. E per far questo devono offrire al giovane un modello positivo, non quello di un adulto a sua volta alla ricerca di se stesso come un eterno adolescente. Devono essere preparati, informati. Anche a spiegare al figlio che la sofferenza esiste e va gestita: “una sofferenza con un linguaggio, con delle parole, diventa umana, diventa feconda, fa crescere”. Anche il dolore della morte non va nascosto, perché “la morte, nel suo dramma, insegna la vita”. E bisogna educarli all’amore, spiegandogli che non è quel sentimento innato che crediamo, ma qualcosa che va “messo dentro” e coltivato. Parole, questi di Aceti, da leggere, rileggere, meditare. Perché dall’adolescenza bisognerà pur uscire, prima o poi. (Carlo Alfaro)

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