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NAPOLI PRIMA FESTA AL SAN NAZZARO DOPO LA MORTE DI NICOLA MARRA A POSITANO

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La musica è italiana, ma non è la stessa. Il ragazzo dagli occhi chiari sta in piedi, nell’angolo più buio del teatro Sannazaro trasformato in pista da ballo, la prima grande festa organizzata dopo la tragedia. È l’amico di Nicola Marra che ha recuperato il telefono, purtroppo tardi a Positano, dove il compagno di Chiaia è morto, ad appena 21 anni, da solo, a Pasqua, cadendo in un crepaccio al termine di una notte di sballo in discoteca. «Siamo scioccati: per la prima volta sentiamo che siamo stati colpiti», dice Massimo Coppin sulle note di «Amore disperato». Lo studente della Federico II è sconvolto e arrabbiato per il ritratto di una generazione tracciato all’indomani di quel volo di settanta metri fatto dal compagno ubriaco, certo su di giri, forse nella forsennata ricerca delle chiavi dell’auto tra le rocce e la vegetazione, «dove non avrebbe mai potuto trovarle perché erano nella tasca del giubbotto lasciato con il resto delle cose all’interno del locale». Qui, al teatro, l’ingresso costa 40 euro, 20 senza cena, «ma anche in quell’occasione non avevamo speso più di 60 euro a testa», puntualizza Coppin, e spiega che i genitori non gli danno tanto di più: «Noi tutti siamo fortunati, ma non siamo quei ragazzi che bruciano 1500 euro in una sera, non facciamo una vita sopra le righe».
Un bicchiere di vino in una mano, lo sguardo di questo ragazzo senza colpe, anche lui di 21 anni, incrocia in un istante tutto il passato e tutto il futuro. Vede sfilare le ragazze sui tacchi, fidanzati abbracciati, brilli, sorridenti e bellissimi, in camicia bianca e jeans d’ordinanza, i vestiti identici ai suoi. Protagonisti sul palco: i figli di Chiaia, pigiati l’uno all’altro, gli stessi volti del party precipitato nell’incubo in Costiera amalfitana.
Massimo aggiunge: «Sono stato io a inserirlo nella lista, su sua richiesta, ma non lo vedevo da mesi. E, sempre io, ho recuperato le due ragazze, una di Firenze e l’altra di Pozzuoli, arrivate in auto con lui, di cui nemmeno conoscevo il nome». Lui è iscritto a Economia, i suoi genitori sono due professionisti: «Attenti, premurosi, hanno in me totale fiducia». Una fiducia ben riposta, racconta: «Prima di dormire alzo il volume del cellulare perché possa sentire le loro chiamate. Per questo ho risposto io alla famiglia di Nico, il 2 aprile alle 9,30 del mattino, nonostante fossi andato a letto tra le 5 e le 6». Quindi è andato subito in spiaggia, sperando di poter poi riferire notizie positive. Niente da fare. O forse sì. Parte il ritornello di Lucio Battisti, «Dieci ragazze». «Sono sempre stato scrupoloso, dopo l’accaduto lo sono di più», prosegue Massimo. «Faccio mettere la cintura in macchina persino a chi siede dietro. Dopo Nico, ci sono stati altri lutti che mi hanno toccato da vicino: la ragazzina in coma a San Diego è di questo quartiere, la studentessa che si è suicidata per la laurea mancata a Monte Sant’Angelo. Tre storie in una settimana: non era mai successo».
Sebastian Heredia ha lo stesso tatuaggio di Nico, indica la caviglia. «Lo abbiamo fatto a Mykonos due anni fa, durante una delle tante vacanze trascorse insieme, e non riesco più a guardarlo, quando faccio la doccia: ho trascorso tutta la settimana senza sapere cosa dire o cosa fare. In silenzio a piangere. Mia madre non mi ha mollato un attimo su WhatsApp, è stata con me al funerale». Il ragazzo ha portato in spalla la bara: «Era un amico vero conosciuto al liceo: come me e tanti altri, si trovava a Positano solo per divertirsi. E nessuno si è preoccupato non vedendolo perché spariva ogni tanto, si alterava un po’, ma riappariva sempre con il sorriso». Non questa volta. Quindi, Sebastian è tornato a cercarlo. Il giorno dopo a Positano. «Con la luce dell’iPhone. L’avevo visto anche peggio, in passato» sussurra. «Per questo, mi non spiego cosa sia accaduto: deve aver visto qualcosa o aver avuto un motivo per spingersi fin lì, percorrendo tanta strada, da solo». A metà serata, lo studente punta verso la pista. «Sono qui per distrarmi, ma Nico non può essere dimenticato, la sua storia deve essere di insegnamento». «Anche a me», aggiungono altri amici. «Stay with me…», ancora la musica. In corridoio c’è una ragazza londinese (ma di origini napoletane) che nega di essere stata a Positano, poi si corregge: «Non mi va di parlarne, perché troppo amica di Nico. Ci sono mamme che stanno impazzendo per la paura, ma non è questione di morale: non si può parlare di questo come specchio della socialità a Napoli». All’improvviso non ce la fa a continuare e si allontana con due amiche, sul volto tirato gli occhiali da sole in stile rave party.
Si ferma Andrea Criscuolo, studente di Giurisprudenza e pallanuotista: è un habitué della festa di Pasqua a Positano. «Quest’anno ci sono andato per la quarta volta, prenotando un tavolo con 5 amici e la camera di albergo vicino al Music». È spaventato all’idea di mettersi al volante dopo una notte insonne, oltre che dopo aver bevuto: «Può capitare di tutto, solo lo sport può tenere tutti lontano dall’alcol». Nessuno accusa i genitori. Giovanna è la figlia di Luigi Tuccillo, il papà che ha inviato una commovente lettera al Mattino: «Non possiamo rassegnarci ad assistere a questa roulette russa, che mette a rischio ogni sera la vita dei ragazzi», ha scritto. «Ogni sera sono esposti allo stesso rischio, ma non abbiamo soluzioni. Presto si chiariranno anche le cause immediate della morte» di Nico, «ma non ci saranno risposte alle nostre domande». Gli interrogativi sono gli stessi che rimbalzano alla festa: «Aveva bevuto un po’ troppo? Lo fanno tutti i nostri figli… Bere suscita allegria, non partecipare alla euforia da alcol qualifica un ragazzo come uno sfigato ed una ragazza come una monaca. Non c’è via di uscita», la sintesi del genitore. Ma «nessuno li può fermare; non c’è raccomandazione che tenga, non c’è impedimento che regga, non c’è privazione economica che li scoraggi… Ogni richiamo al buonsenso è retorica, ogni presa di posizione è un muro che impedisce il dialogo». E allora, «non ci resta, per sperare che qualcosa cambi e che un giorno escano per divertirsi a ballare senza sballo. Ci resta soltanto l’esempio e l’amara favola di Nico, il ricordo della tragica fine del meraviglioso amico, uno di loro». Ed ecco che Giovanna annuisce. Dice di condividere «ogni parola del messaggio». E rivela: «Sono stata anche fidanzata con Nico, per qualche mese. Un ragazzo pieno di vita». «Pieno di tutto», aggiunge Paola Briguori, l’amica che li ha fatti incontrare. «Perché faceva amicizia in 42 secondi, impossibile soltanto pensare al suicidio: è stato estratto a sorte». Tradito dal desiderio di «superare i limiti, in una sfida con se stessi: per questo si beve, fino a perdere il controllo, a volte senza accorgersene. Basta lasciarsi trasportare dalla situazione…». Almeno al Sannazaro, aggiunge Giovanna, «non ho toccato alcol. Ho partecipato alla spesa ai tavoli, però sento che qualcosa deve cambiare. Nico è un pensiero dentro. Basta sfascio, basta sballo senza contegno».
E la festa finisce con un altro appuntamento: «A maggio organizzeremo una festa al Duel, senza vino e cocktail: ubriachi di vita. Vorremmo diventasse una tendenza, il tentativo di cambiare il destino». Anche una discoteca può diventare castello di destini incrociati. Come in un romanzo di Italo Calvino. Perché le fiabe sono vere, spera Tuccillo, indicano il catalogo che possono darsi uomini e donne, innanzitutto gli adulti per i più giovani, «per la parte di vita che è appunto il farsi». Alle 3 si contano due ragazzi accasciati sulle scale in via Chiaia, uno urla al compagno: «Ma mica sei un bimbo, che ogni volta devo riaccompagnarti a casa ubriaco, io non sono tua mamma».

Bruno Majorano Maria Pirro IL MATTINO

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