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Napoli. Gruppo di architetti e accademici difende le Vele di Scampia dall’abbattimento. Con una petizione già raccolte 130 firme

Napoli. A breve partiranno i cantieri per l’abbattimento della prima Vela di Scampia (quella verde). Ma intanto c’è chi si oppone alla demolizione. C’è un folto gruppo di architetti ed accademici che si dicono «non favorevoli» all’operazione del Comune di Napoli e stanno già raccogliendo le firme. Il promotore dell’iniziativa è Gaetano Troncone, consigliere comunale di maggioranza, eletto nella lista «De Magistris sindaco», oggi nel gruppo Misto. La petizione sta girando da poche settimane ed al momento si è giunti a 130 sottoscrizioni. Tra questi: il professor Aldo Capasso, Vito Cappiello, Luigi de Falco (ex assessore all’Urbanistica di de Magistris) dell’associazione Italia Nostra e il noto architetto Massimo Pica Ciamarra. «Difficile commentare situazioni dopo decisioni già prese, al di fuori di un vero dibattito culturale – spiega Pica Ciamarra – Sembra quasi porsi in contrapposizione forzata. Ritengo invece che le Vele siano un documento di un pensiero e quindi non c’è motivo di spendere decine di milioni di euro per abbatterle e sostituirle con edifici banali o con cose oscene. Non vorrei essere cinico, però sono convinto che si può demolire qualsiasi cosa, basta avere un’alternativa migliore». Per l’architetto Pica Ciamarra le Vele non rappresentano soltanto un simbolo dell’architettura, ma «anche una formula di espressione e aggregazione sociale, bisogna soltanto capire come svilupparla». Troncone, che di professione è architetto, non ha trovato sponde nella maggioranza arancione. Qualcuno ufficiosamente lo ha spinto a proseguire, ma si è poi sfilato al momento della sottoscrizione della petizione. «Si tratta di un’operazione scellerata e sciatta – tuona il consigliere comunale – Questi edifici sono una testimonianza di architettura storica, dei primi anni ’70. Si sono dimostrati un fallimento dal punto di vista residenziale, ma perché non recuperali come fanno in tutta Italia? Basti pensare alle cosiddette “lavatrici” di Genova, il quartiere Rozzol Melara di Trieste, Gratosoglio a Milano, Falchera a Torino, Piagge a Firenze. Tutti luoghi che le amministrazioni comunali, seppur a fatica, hanno riconvertito in altro. Avrebbe dovuto pensarci anche Napoli. Invece – rimarca ancora l’architetto – è prevalso un ragionamento contabile, di risparmio economico». Troncone accusa l’amministrazione de Magistris di non aver realmente messo in campo azioni di «democrazia partecipata». «L’abbattimento di tre vele su quattro è stato deciso dentro una stanza dal sindaco e dai suoi assessori. Parliamo infatti di una delibera di giunta e non di proposta al Consiglio comunale. Se ne sarebbe invece dovuto parlare in aula». Un mese e mezzo fa intanto, l’ultimo atto del Comune, con la delibera (di giunta) relativa all’assegnazione degli ultimi nuovi alloggi ai residenti nelle Vele di Scampia. In questo modo si è dato il semaforo verde alla gara per il progetto esecutivo relativo all’abbattimento della Vela Verde. Il progetto prevede l’abbattimento degli edifici denominati «Vele A, C e D» e la riqualificazione della Vela B (meglio nota come Celeste), che ospiterà provvisoriamente delle famiglie. «Il Comune aveva ipotizzato di trasferire nell’unica Vela che rimarrà in piedi – rimarca il consigliere comunale – alcuni uffici della Città metropolitana. Invece alla fine verrà utilizzata come alloggi momentanei». L’intervento avrà un costo complessivo di circa 27 milioni di euro ed è finanziato per 18 milioni con i fondi del Bando Periferie e per 9 milioni con quelli del Pon Metro. Al netto dell’abbattimento, l’allarme lanciato dagli architetti riguarda anche «l’impatto ambientale». «Siamo molto preoccupati – evidenzia Troncone – di come il Comune intenda smaltire tutto il materiale pericoloso, amianto e piombo, del dopo demolizione». (Valerio Esca – Il Mattino)

Commenti

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  1. Scritto da Redazione_MC

    Bellissimo quadro , grazie