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Festival di Sanremo. Baglioni fa il bis? Per il 2019 ipotesi tandem con Pausini o Mannoia

Fiorello dice che per sostituire Baglioni al Festival ora dovrebbero mettere insieme almeno il Papa e Melania Trump, per Celentano ormai è insostituibile. «Chi ci sarà dopo di te»?, si domandano a Viale Mazzini citando «Mille giorni di te e di me», sapendo che per costruire il prossimo Sanremo i giorni a disposizione sono molti ed i trionfali risultati di ascolto ottenuti (12.125.000 spettatori pari al 58,3% di share nell’ultima serata) obbligano ad alzare l’asticella, o almeno a non abbassarla troppo, mentre la presidente Maggioni e il dg Orfeo si complimentano e parlano di un «servizio pubblico che sa divertire e far riflettere». Così, nella conferenza stampa di bilancio di questo Sanremo vinto da Ermal Meta e Fabrizio Moro, il direttore di Rai uno Angelo Teodoli si presenta con un mazzo di rose rosse per il cantautore promosso a guru televisivo, per il dittatore artistico democraticamente consacrato da un plebiscito dell’Auditel. «Che non si dica che non ti sto corteggiando», gli sorride, riprendendo una gag del giorno prima. «Per ora solo fiori ed opere di bene poi vedremo se il corteggiamento proseguirà, con i fiori qui si gioca facile» è la risposta, sempre sul filo dello scherzo. Ma il discorso è serio, visto che il Sanremo 2018 unifica un’Italia mai così disunita, ridà centralità alla musica italiana ma facendo vincere la televisione. Chi ci sarà dopo di lui? «Non credo che l’anno scorso abbiate avuto la risposta sul futuro del Festival il giorno dopo la finale. L’arrivo di Baglioni non era prevedibile dopo il successo di Conti nel 2017. L’importante sarà intercettare le possibilità che si presenteranno, come è successo quest’anno», prova a smarcarsi Teodoli. E il Claudillo: «Non credo proprio che farò un bis. Certo avevo detto di no anche a questo Festival e poi è andata come sappiamo». Insomma? «Adesso devo tornare a casa, riposare un attimo, poi tra qualche giorno ritornare in sala per lavorare a un disco di cui non ricordo più niente, in testa ho solo le canzoni dell’Ariston, hanno soppiantato le mie». E poi c’è il tour sui 50 anni di carriera, al via il 15 settembre dall’Arena di Verona per iniziare poi un lungo giro d’Italia in 22 (finora) concerti sold out: «Vedremo che cosa succederà, davvero non lo so». Un pensierino per il 2019 però, forse, ha iniziato a farlo: «Credo che quella trovata sia una formula ripetibile, anche da altri. Basta rimettere a fuoco la ragione sociale del Festival della canzone italiana. Ma serve che il mondo di noi canzonettari, autori, musicanti, quel che resta dell’industria discografica, manager e editori… creda un po’ più a se stesso. Che proponga delle cose al pubblico più che rincorrerlo, che pensi che Sanremo può lanciare il futuro invece che inseguire le mode». Clauditel, intanto, accetta di dare i voti a se stesso: «Ho capito che ce l’avevamo fatta alla terza serata», confessa, quasi che i risultati di ascolto e gradimento della seconda serata, senza Fiorello, l’avessero definitivamente convinto delle sue scelte. Non a caso, da quel momento, è apparso più sciolto e autoironico: «Come presentatore mi boccio, ho fatto tre annunci e ne ho sbagliati due. Come cantante mi promuoverei, anche se qualcosa poteva venire meglio». Che cosa mettere a punto per chi ci sarà dopo di Baglioni, magari lo stesso Baglioni, più la Pausini, o la Mannoia (con la Cortellesi), o chissà chi? «Metterei a punto qualcosa nella macchina organizzativa, dalle prove agli ascolti sul palco, per non dire del caos che a tratti regna dietro il palco, travestiti che entrano e fiori che escono, portati da re Magi che nessuno sa chi siano». Ecco: al cantautore, al direttore/dittatore artistico, al musico più amato dalle italiane, al presentatore per caso, all’architetto pronto a spolverare la sua laurea, lui affianca il superprofessionista, lo stakanovista-perfezionista, che ha aggiunto alle sue canzoni, ai suoi rapporti con gli artisti chiamati sul palco, al prestigio su cui poteva far leva, all’indipendenza garantita dal fatto di non essere legato alla Rai per il suo futuro (fa pur sempre un altro mestiere), alla sua squadra di collaboratori, un altro tassello fondamentale: prendere sul serio il mestiere della canzone. Non a caso la “Baglioneide” dura da mezzo secolo. (Federico Vacalebre – Il Mattino)

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